Idee
Non prendetela per una semplice copertina. La pagina 1 di questo numero della Difesa è una mobilitazione. È la prima cosa che ci viene in mente per opporci – senza se e senza ma – allo «schifo» (è una citazione della teologa Simona Segoloni Ruta) in atto in Iran e in tutto il Medioriente, in Ucraina, in Sud Sudan e in Sudan, nel Sahel e nel Congo, tra Afghanistan e Pakistan, ma anche in India e in Myanmar, come pure in Siria, Iraq e in Messico. Ci opponiamo alla guerra e in particolare a tutti coloro i quali iniziano nuove guerre, con nebulose motivazioni di sicurezza nazionale, e a chi dopo decenni non permette che i focolai si spengano finalmente consentendo alle popolazioni martoriate di iniziare a vivere un tempo di relativa “normalità”.
Lo facciamo a Pasqua, pubblicando in più parti del nostro giornale (cartaceo e online) le foto della grande manifestazione silenziosa che ha riempito Padova nella serata del lunedì santo, al posto di immagini o illustrazioni del sepolcro di Cristo vuoto. La risurrezione rappresenta l’evento più sconvolgente della storia dell’umanità e la ragione stessa della nostra fede, la mobilitazione oggi contro la guerra deve trarre il suo senso per i cristiani, proprio da quel masso rimosso e dalla tomba senza già la sua salma. È un fatto vitale: lo è per gli anziani che hanno attraversato la guerra qui nei nostri quartieri e nelle nostre contrade; lo è per gli adulti che si chiedono che mondo lasceranno ai giovani; lo è per le nuove generazioni, perché non possiamo vivere con il terrore che dopo 80 anni di pace e benessere debbano tornare nelle trincee, nemmeno in quelle digitali o tecnologiche.
Lunedì santo la nostra Chiesa si è mobilitata. Il vescovo Claudio era lì, in mezzo a migliaia di persone, di ogni età e (come si diceva un tempo) estrazione sociale. Oggi ci chiediamo se non occorra fare un passo avanti, non da soli certo, ma insieme con tutti coloro i quali dicono No a questo «schifo». Da pochi giorni abbiamo salutato un maestro della nonviolenza: quante volte abbiamo ascoltato Alberto Trevisan raccontare tutto quanto è stato capace di vivere, pagando di persona, per non imbracciare quel fucile che, spezzato, è finito nel titolo della sua autobiografia. Ora è il momento di prendere il testimone da Alberto e di mettere in chiaro che questo modo di intendere la politica e le relazioni internazionali, basate sulla forza e sugli interessi, passando sopra con sprezzo al Diritto internazionale e alle Organizzazioni che hanno garantito pace per decenni non ci rappresenta. Non è questa la nostra cultura, non sono questi i nostri valori.
Occorre dirlo, forte e chiaro. Non basta un sospiro di fronte all’ennesima tragedia trasmessa dal telegiornale. Non basta allargare le braccia di fronte al “perché tutto questo?” di un ragazzino che si
affaccia oggi al mondo. Ma allora, che cosa fare? Non accontentarci di una manifestazione, organizzarne molte, in diverse città. Dare vita a un presidio permanente. Boicottare le aziende che sappiamo convertirsi all’economia bellica in nome del profitto, come da ultima ha annunciato che farà Volkswagen. Possiamo scioperare, al limite, come sostiene Segoloni Ruta, perché i nostri rappresentanti in Parlamento sappiano regolarsi quando si troveranno di fronte a scelte delicate, e bene ha fatto il ministro Crosetto a rifiutare l’utilizzo della base di Sigonella agli americani già in volo per bombardare Teheran.
La Pasqua è la festa fondamentale per i cristiani, ma ha un messaggio chiave per tutti gli uomini. La speranza vince, la vita non finisce con la morte, per questo vale la pena impegnarsi per il bene
anche oltre i nostro ragionevoli confini di creature finite. In quest’ottica il priore di Camaldoli, dom Matteo Ferrari, diceva un paio di settimane fa al Centro universitario di Padova, che il Dio cristiano
ed ebraico è venuto per «disturbarci» più che per anestetizzarci. Ecco dunque l’augurio per questa Pasqua: mettiamoci in moto per una pace vera e duratura per tutti, accantoniamo i nostri alibi di carta pesta e diamoci da fare.