Chiesa
“Colmo di affetto cristiano, vi prego e vi chiedo con tutto il cuore: tornate sui vostri passi! Vi esorto a considerare attentamente il bene spirituale dei fedeli, perché l’atto scismatico che compireste li priverebbe della ricezione lecita e in taluni casi persino valida dei Sacramenti che essi amano e cercano per la propria santificazione”. Sono le parole che Papa Leone XIV ha scritto ieri ai lefebvriani alla vigilia delle consacrazioni di quattro nuovi vescovi senza mandato pontificio. Con questo gesto la Fraternità San Pio X, replica lo strappo del 1988 e sancisce un nuovo scisma.
Ne abbiamo parlato con don Javier Canosa, professore Ordinario di Diritto amministrativo canonico presso la Facoltà di Diritto Canonico della Pontificia Università della Santa Croce.
Prof. Canosa, che cosa comporta, dal punto di vista canonico, la consacrazione di vescovi senza mandato pontificio?
Dal punto di vista canonico, la consacrazione episcopale senza mandato pontificio è un atto di estrema gravità, perché incide direttamente sull’unità della Chiesa e sulla comunione con il Successore di Pietro. Lo ha ricordato con particolare forza Papa Leone XIV nella sua Lettera data ieri e diffusa oggi, al Superiore Generale della Fraternità Sacerdotale San Pio X. Il Papa ha parlato esplicitamente del rischio di un “atto scismatico” e ha ammonito che “lacerare la Tunica inconsutile di Cristo è un peccato di estrema gravità”. Si tratta, dunque, non solo di una violazione disciplinare, ma di un gesto che tocca la struttura stessa della communio ecclesiae, come già chiarito nel precedente del 1988, quando tali consacrazioni furono considerate strettamente connesse allo scisma.
Quali motivazioni spingono la Fraternità a compiere un atto che può apparire scismatico?
La Santa Sede ha più volte riconosciuto che nella Fraternità Sacerdotale San Pio X esistono elementi positivi, come “l’attaccamento alla vita liturgica” e “il desiderio di fedeltà alla Tradizione”. Tuttavia, quando tali convinzioni portano a compiere atti contro la volontà del Romano Pontefice, si realizza una dinamica più profonda: non un gesto isolato, il culmine di una progressiva situazione globale d’indole scismatica.
Il nodo centrale è quindi l’obbedienza ecclesiale: mettere opzioni dottrinali o disciplinari al di sopra della comunione con il Papa significa entrare in una tensione che può sfociare nella frattura.
Quali effetti giuridici e pastorali può produrre questo atto?
Papa Leone XIV sottolinea anzitutto le conseguenze pastorali: i fedeli rischiano di essere “privati della ricezione lecita e in taluni casi persino valida dei Sacramenti”. Sul piano giuridico, l’atto comporta una rottura della comunione gerarchica e può implicare le conseguenze canoniche legate al delitto di scisma (canone 1364 del Codice di Diritto Canonico), in particolare per chi vi aderisce formalmente. Dal punto di vista pastorale, tuttavia, la Chiesa distingue sempre tra le diverse situazioni per i ministri ordinati coinvolti (vescovi, presbiteri, diaconi), la separazione è più evidente; per i fedeli, invece, si valuta caso per caso, considerando l’intenzione e il grado effettivo di adesione.
In che modo queste consacrazioni segnano una frattura e quali elementi di continuità si riscontrano?
Le consacrazioni senza mandato pontificio rappresentano una frattura evidente, perché incidono sul principio stesso di unità ecclesiale, fondato sulla comunione con il Papa. Il precedente del 1988 rimane il punto di riferimento principale, in quanto ha reso manifesta una “situazione scismatica” già maturata nel tempo. Tuttavia, accanto alla frattura, emerge con forza anche una continuità: quella dell’atteggiamento della Chiesa. Papa Leone XIV lo esprime chiaramente quando, accanto al richiamo severo, afferma: “La Chiesa è disponibile a un percorso di dialogo e di intesa”. Si uniscono così due dimensioni: la fermezza sulla gravità dell’atto e la perseveranza nel dialogo e nella speranza di riconciliazione”.
Per don Canosa la consacrazione di vescovi senza mandato pontificio “non è solo una questione disciplinare, ma un gesto che tocca l’unità della Chiesa. Proprio per questo – spiega – il Papa unisce un richiamo molto forte alla gravità della divisione con un invito altrettanto deciso al ritorno alla piena comunione”.