Chiesa | Diocesi
Cento edizioni. Era il 14 aprile 1926 quando Pio XI dedicò la penultima domenica di ottobre alla missione universale della Chiesa: domenica 18, la Giornata missionaria mondiale arriva così al traguardo del secolo, accompagnata dal messaggio di papa Leone XIV “Uno in Cristo, uniti nella missione”. A Padova l’Ottobre missionario si è aperto giovedì 1 con l’adorazione per le missioni nelle parrocchie e nelle comunità di vita consacrata, e vivrà il suo momento diocesano sabato 17 alle 9.30 in Cattedrale: l’assemblea che apre l’anno pastorale, presieduta dal vescovo Claudio, accoglierà anche l’invio dei missionari.
Ma il mese guarda lontano. Fino a Chiang Mai, nel nord della Thailandia, dove la missione del Triveneto compirà trent’anni nel 2027. Nei giorni scorsi è passato da Padova il nuovo vescovo, Peter Suphot Roeksujarit, nominato da papa Leone il 7 maggio: nato ad Ayutthaya nel 1961, prete dal 1990, per vent’anni alla guida dei media cattolici di Bangkok, ha scelto come motto Caritas omnia corda unit, “La carità unisce tutti i cuori”.
Vescovo Peter Suphot, la Chiesa thailandese è una piccola minoranza in un Paese in gran parte buddhista. Che cosa può offrire, proprio da questa posizione, alla Chiesa universale?
«Penso in particolare a due doni. Il primo è l’esperienza di vivere come piccola comunità cristiana in mezzo a fratelli e sorelle di altre religioni, soprattutto buddhisti. Impariamo a costruire amicizie, a rispettare la fede gli uni degli altri e a collaborare per il bene comune. Nel mio lavoro nei media mi sono sempre dovuto chiedere se chi non condivide la nostra formazione cristiana potesse comprendere ciò che diciamo. Vivere in questo contesto ci educa ad annunciare il Vangelo con delicatezza, chiarezza e coerenza tra le parole e la testimonianza personale. Il secondo dono è la convivenza nella diversità, particolarmente evidente a Chiang Mai, dove sono presenti numerosi gruppi etnici. La stessa fede può mettere radici in lingue e culture differenti».
Lei ha svolto gran parte del suo ministero a Bangkok e ora guida una Diocesi di villaggi lontani, con lingue e culture diverse. Da dove comincerà?
«Il mio primo desiderio è che ogni comunità, soprattutto quelle più lontane, si senta parte della Diocesi e accompagnata da una presenza vicina. Per questo intendo cominciare dalle visite e dall’ascolto dei sacerdoti, dei religiosi, delle religiose, dei catechisti e dei fedeli: ho bisogno che le persone del luogo mi aiutino a comprendere la loro vita. Vorrei che i catechisti ricevessero una formazione adeguata alla loro lingua e al loro contesto. E mi stanno molto a cuore i giovani che lasciano i villaggi per studiare o lavorare in città: vorrei che trovassero comunità parrocchiali accoglienti e un sostegno per mantenere il legame con la fede, la famiglia e la propria cultura. Per me essere vescovo significa stare vicino ai fratelli e alle sorelle».
Anche in Veneto i presbiteri sono sempre meno e ogni partenza pesa. Che cosa possono offrire ancora i missionari delle Chiese di antica evangelizzazione, compresi i fidei donum?
«Desidero anzitutto esprimere la mia gratitudine alla Chiesa di Padova e alle Chiese del Triveneto. Un ringraziamento speciale va a don Bruno Rossi e a don Raffaele Sandonà di Padova, a don Bruno Soppelsa di Belluno e a don Ferdinando Pistore di Vicenza, che continuano tuttora il loro ministero a Chiang Mai. La loro vicinanza alle persone rende tangibile, nella vita quotidiana, la comunione tra le nostre Diocesi. E ricordo con riconoscenza il compianto don Giuseppe Berti. Anche quando una Chiesa locale dispone di più sacerdoti propri, lo scambio missionario conserva tutto il suo valore: ci apre ai doni di altre Chiese e ci ricorda che la nostra missione è legata a quella della Chiesa universale. Comprendo le difficoltà delle Chiese europee. Per questo dobbiamo discernere insieme forme di collaborazione adeguate alle possibilità di entrambe le parti. Spero che Padova e Chiang Mai continuino a trovare modi per aiutarsi a crescere nella fede».