Idee
È trascorso un anno da quel 20 aprile 2025, domenica di Pasqua, quando la papa mobile con a bordo papa Francesco ha attraversato per l’ultima volta piazza San Pietro. Un’immagine del tutto inattesa, un tempo breve e quasi sospeso: dopo mesi di grave malattia e convalescenza, trascorsi tra il policlinico Gemelli e casa Santa Marta in Vaticano, Jorge Mario Bergoglio tornava a riabbracciare la sua gente con il contatto più stretto e più riconoscibile per ogni pontefice, dopo la benedizione Urbi et Orbi e il breve messaggio pronunciati dalla loggia delle benedizioni. Eppure la stanchezza e la fatica del papa erano evidenti, la fragilità del suo corpo era ancora più chiara al confronto con la forza del suo spirito, che lo aveva sempre sostenuto in un ministero vissuto senza mai risparmiarsi. Solo poche ore dopo, nella prima mattina del Lunedì dell’Angelo, il card. Kevin Joseph Farrell, camerlengo di Santa Romana Chiesa, annunciava la morte di Francesco.
«La sua persona e lo stile con cui ha incarnato il ruolo di successore di Pietro sono stati molto ricchi da diversi punti di vista. Umanamente è sempre stata viva in papa Francesco la sua massima attenzione alle singole persone, ai casi particolari che incontrava: quando era a conoscenza di situazioni delicate, trovava sempre il modo di farsi vicino personalmente, attraverso lettere e telefonate. La stessa scelta di vivere a Casa Santa Marta si spiega con la sia volontà di contatto costante con i collaboratori e con il desiderio di ricevere persone con maggior facilità, anche al di fuori dal calendario ufficiale delle udienze».
Le parole di mons. Ivo Scapolo inquadrano bene la cifra umana e relazionale di papa Francesco. L’arcivescovo padovano – da alcuni mesi rientrato in Diocesi dopo il suo lungo servizio diplomatico per la Santa Sede come nunzio in Bolivia, Ruanda, Cile e Portogallo – ha incontrato in svariate occasioni papa Francesco durante i dodici anni del suo pontificato, in particolare nei viaggi in Cile nel 2018 e a Lisbona, nell’agosto 2023, per la Giornata mondiale della gioventù.
Mons. Scapolo, lei ha accolto il papa in ben due viaggi, quale altra caratteristica del suo stile ricorda?
«La sua volontà di essere molto semplice nel modo di presentarsi, un aspetto che alcuni hanno anche criticato, perché papa Francesco non indossava certe insegne con un significato preciso del suo ministero, ma in lui prevaleva un desiderio di semplicità e immediatezza che tutto il mondo ha notato. Basti pensare alla borsa nera in pelle che era abituato a portare personalmente, specie salendo in aereo in partenza per i viaggi: ricordo una sera in Cile, al rientro del santo padre in nunziatura dopo una giornata di incontri, mi sono offerto di portargliela nel suo appartamento, lui ha accettato e posso confermare che era anche piuttosto pensante!».
In qualità di nunzio, ci sono state occasioni ufficiali di incontro e collaborazione?
«Papa Francesco ha voluto riprendere una prassi già in vigore con san Giovanni Paolo II, pertanto almeno una volta l’anno tutti i nunzi, più di un centinaio in tutto, incontravano il papa per discutere questioni particolari sul Paese in cui erano presenti e sulla vita della Chiesa locale. A partire dal 2013, quindi almeno una volta l’anno ho avuto modo di confrontarmi con lui e di affrontare questioni specifiche. Ricordo peraltro che nella prima di queste occasioni gli ho portato i saluti della mia mamma, allora ancora vivente, e, alla fine del colloquio, il papa ha preso personalmente una corona del rosario speciale da un mobile presente nella sala e me lo ha dato: “Per la sua mamma”, mi disse».
Quali aspetti in particolare interessavano Francesco durante questi incontri?
«La missione diplomatica dei nunzi si sviluppa nelle relazioni con le autorità del Paese dove operano e con la Chiesa locale, in particolare i vescovi. Ogni due o tre mesi, ogni nunzio invia alla Segreteria di stato un rapporto nel quale si descrive la situazione generale. In occasione degli incontri con il papa quindi si scendeva nei particolari di casi specifici, problematici ma anche positivi. Durante il mio servizio in Cile, per esempio, abbiamo discusso del delicatissimo problema degli abusi sui minori, ma anche di una famiglia che aveva scritto una lettera al papa, condividendo con lui la scelta di mettere al mondo un bambino, pur sapendo che a causa della sua difficile condizione di salute avrebbe potuto vivere solamente per qualche ora. Questi genitori avevano raccontato a Francesco la grazia di aver portato a termine la gravidanza e di aver potuto stringere tra le braccia, anche se per così poco tempo, quella creatura. In quel periodo in Parlamento era in discussione una legge per depenalizzare l’aborto: il papa aveva molto apprezzato la scelta di questa famiglia e aveva definito speciali queste persone, per il loro coraggio e amore per la vita. Un tema questo che è sempre stato molto a cuore al papa, come abbiamo visto anche dai suoi interventi, a volte con parole molto dure, nei confronti dei medici e dei sanitari che realizzano queste pratiche».
Nel gennaio 2018, il papa venne quattro giorni in Cile, in un clima teso, per le polemiche scaturite dai casi di abusi sui minori. Come andò quel viaggio?
«I media diedero di quel viaggio un giudizio che non condivido, dissero che la gente non accolse il papa con calore e vicinanza. Al contrario, io sono stato testimone della vicinanza e del grande entusiasmo di quei giorni. In due occasioni, tornando in nunziatura in auto, il papa mi disse con un sorriso di soddisfazione che non avrebbe mai immaginato tanta gente ad accoglierlo. Erano i giorni delle proteste per la nomina di un vescovo legato al padre Karadima, condannato per abusi su minori, nonostante ciò la grande maggioranza della gente non fece mancare apprezzamento ed entusiasmo per papa Francesco, sia a Santiago, fin dall’atterraggio del suo aereo e poi alla messa, dov’erano presenti 350 mila fedeli, come nelle altre città, nel Sud e nel Nord del Paese. Anche qui emerse l’umanità del papa: un giorno fece fermare l’auto per constatare di persona come stesse una poliziotta caduta dal suo cavallo che si era imbizzarrito in mezzo alla folla entusiasta. Inoltre, in quel periodo l’ambasciatrice cilena presso la Santa Sede era ammalata e si stava curando a Santiago; il papa volle stabilire con lei un contatto telefonico per portarle il suo conforto».
In Portogallo invece l’atmosfera era di festa fin dall’inizio. A Lisbona c’era un milione e mezzo di giovani.
«Il papa è stato davvero molto soddisfatto di quella Giornata mondiale della gioventù; in aereo al rientro l’ha definita la meglio organizzata tra quelle a cui ha partecipato. Eppure era arrivato stanco in Portogallo, sembrava preoccupato; ma con il passare dei giorni, vedendo la presenza dei giovani e il clima di allegria e di entusiasmo, recuperò le energie, soprattutto grazie al calore e all’affetto che lo circondavano in ogni spostamento. Tutto questo lo ha portato ad avere un’ammirevole disponibilità nell’affrontare varie modifiche al programma originario, accettando di aggiungere di fatto incontri e udienze, nonostante gli stretti collaboratori volessero proteggerlo per preservare le forze di un uomo che aveva già 86 anni. Ricordo per esempio l’incontro concesso a un gruppo di giovani turchi, provati dal grave terremoto che si era verificato poco tempo prima nel loro Paese: poiché una ragazza compiva gli anni proprio in quel giorno, il papa chiese alla nunziatura di trovare un dolce per festeggiarla; riuscimmo a esaudire il desiderio del papa grazie ad alcune focacce che avevamo dispensa. C’erano anche numerosi poveri e ammalati che si presentavano davanti alla nunziatura di Lisbona, sapendo che in quei giorni vi risiedeva il papa. Tutti venivano fatti entrare nel salone d’ingresso e, al suo rientro dagli appuntamenti, Francesco li incontrava uno a uno. È questo, in fondo, uno degli aspetti tipici del pontificato di Francesco: una enorme apertura all’altro, una umanità espressa al massimo livello mediante la sua attenzione per le persone e la disponibilità all’incontro sempre e comunque».