Chiesa
“Siamo finalmente arrivati nelle nostre case, tirando un grande sospiro di sollievo. È davvero incredibile ciò che abbiamo vissuto”. Lo racconta al Sir don Luigi Portarulo, responsabile della Missione cattolica italiana di New York rientrato ieri dal pellegrinaggio in Terra Santa con un volo diretto da Amman. I pellegrini italo americani, in Terra Santa dal 24 febbraio scorso, erano rimasti bloccati a Gerusalemme a causa degli eventi in corso in Medio Oriente. “Avevamo organizzato da tempo un pellegrinaggio in Terra Santa – racconta il sacerdote – e come sempre, nei primi giorni il gruppo aveva visitato Nazareth, Betlemme, Magdala, etc. Sabato, mentre eravamo in viaggio verso altri luoghi è accaduto l’inimmaginabile”. Erano infatti 9 del mattino quando “i cellulari hanno iniziato a suonare tutti e contemporaneamente. L’allarme annunciava l’inizio di un conflitto tra Iran Stati Uniti e Israele con bombardamenti di missili e droni. Eravamo all’aperto, esposti e la paura è stata immediata. Dopo aver contattato l’Unità di crisi – prosegue don Luigi – siamo rientrati a Betlemme per recuperare i bagagli ma le autorità israeliane hanno chiuso tutti i gate e siamo rimasti bloccati. Sentivamo i missili cadere intorno e sopra di noi. Alla fine abbiamo trovato un passaggio aperto e siamo riusciti a rifugiarci in un albergo di Gerusalemme dotato di bunker. Abbiamo trascorso 48 ore nel bunker, con sirene continue giorno e notte, quasi ogni ora. Ogni allarme segnalava nuovi missili e droni lanciati dall’Iran verso Israele, Gerusalemme e le zone circostanti. Ricordo distintamente alcuni impatti più lontani e altri più vicini, soprattutto la sera della domenica, quando un missile balistico è caduto a poche centinaia di metri da noi” Un’esperienza, quella vissuta da don Portarulo e i suoi pellegrini che in questi giorni, in Medio Oriente, ha coinvolto la vita di migliaia di persone. “Vivere chiusi in un ambiente senza finestre, con il rumore dei bombardamenti, è stato surreale – aggiunge il sacerdote – ma nonostante tutto c’è stato anche un momento di grande consolazione: la Messa della domenica mattina, celebrata nel bunker. Ci ha dato fede e speranza. Sentivamo davvero che il Signore era con noi. Lo spazio aereo era chiuso, non sapevamo quando né come saremmo usciti da quella situazione”. Alla fine al gruppo è stata proposta una via di fuga “rischiosa”, ma era l’unica possibile: partire lunedì mattina con un pullman scoperto per raggiungere il confine con la Giordania. “Durante il tragitto – ricorda – abbiamo pregato il Rosario, mentre continuavamo a sentire missili in lontananza. Siamo riusciti a raggiungere il confine, a entrare in Giordania e ad arrivare fino ad Ammam. Non appena lo spazio aereo è stato riaperto, anche solo per poco, abbiamo preso il volo che ieri mattina ci ha riportati finalmente a Roma”.
L’arrivo è stata “un’emozione indescrivibile. Abbiamo vissuto momenti drammatici, sperimentando la guerra in prima persona. Questo ci ha fatto comprendere ancora di più – sottolinea don Portarulo – quanto la pace sia preziosa. È stata un’esperienza unica: una fuga, un viaggio alla ricerca della speranza. Grazie a Dio siamo sani e salvi, e ora torniamo alle nostre case con una serenità che in quei momenti avevamo perso, ma che la fede ci ha aiutato a mantenere viva”. In quei giorni “la serenità era davvero in bilico: sentire il rumore delle bombe e sapere che qualcosa poteva accadere da un momento all’altro è terribile. Ma la fede e la speranza sono state le nostre uniche forze. Nel bunker abbiamo pregato e il Signore ci ha sostenuto. È difficile da spiegare”. La gente del posto “purtroppo – riprende – è abituata a queste situazioni. Abbiamo parlato con alcune persone che ci hanno detto, con rassegnazione, che vivono ogni giorno sapendo che potrebbero morire da un momento all’altro. Non è una vita. Noi, che viviamo in Occidente, possiamo considerarci fortunati. Dobbiamo pregare molto perché la pace prevalga. La guerra porta solo dolore. Troppe persone soffrono e muoiono per interessi economici o territoriali. Dobbiamo impegnarci perché la pace possa davvero regnare”. Dopo aver vissuto tutto questo – conclude prima di imbarcarsi sul volo per New York – si comprende ancora di più il valore della vita, la bellezza delle cose quotidiane e l’importanza di ciò che abbiamo”.