Fatti
La civiltà degli idrocarburi non è finita, anche se inevitabilmente finirà (e per fortuna!). Si pensava che il vecchio petrolio fosse al tramonto, assieme al cugino metano. Non è così. Contrariamente alle previsioni di qualche anno fa, di petrolio e gas ce n’è in abbondanza in giro per il mondo: nuove esplorazioni e nuove tecniche estrattive hanno incrementato le riserve e l’offerta è quasi sempre superiore alla domanda. Cosicché i Paesi produttori devono stare più attenti a non estrarre troppo, se non vogliono far crollare i prezzi del greggio.
Senza contrare che ci sono tre produttori di primo livello – Russia, Iran e Venezuela – che, a causa delle sanzioni economiche occidentali, sfruttano i loro giacimenti solo in minima parte. (Per inciso: il petrolio venezuelano c’entra solo in parte con le ultime intemerate del presidente Trump. I pozzi sono vecchi e malridotti, l’oro nero è tanto ma di pessima qualità per la raffinazione, e poi andrebbe a far concorrenza proprio ai produttori statunitensi).
I derivati dal petrolio hanno un grande vantaggio e un altrettanto grande svantaggio. Partiamo da quest’ultimo: inquinano ed emettono CO2 che provoca il gas serra. Basterebbe questo ad accantonarli, se non fosse che – rispetto all’elettricità – costano poco e hanno una resa calorica spettacolare. Questo fa sì che gli idrocarburi rimarranno al centro dell’attenzione mondiale anche per tutto questo secolo.
Se la mobilità “piccola” – bici, scooter, auto – si sposterà rapidamente sull’elettrico, rimarrà più complesso sostituire i carburanti per camion, navi, aerei. Ma soprattutto i sistemi di riscaldamento richiederanno ancora per lungo tempo i vecchi propellenti: abbiamo realizzato nel corso dei decenni complesse reti di distribuzione del gas a livello capillare, con la possibilità di scaldare e cuocere ad ogni ora senza problemi di rifornimento. Si cambierà (pompe di calore, fotovoltaico, geotermico), ma molto più lentamente di quanto immaginato o voluto.
Non sottovalutiamo poi i benefici fiscali che gli idrocarburi – facili da tassare – rivestono per i Paesi europei, e non solo. La quarantina di miliardi di euro di accise che arricchiscono il bilancio pubblico italiano (senza tasse, la benzina costerebbe 90 centesimi al litro), per forza si dovranno spostare sull’elettricità. Che in Italia è già carissima.
Quindi petrolio e gas. La differenza la farà la geopolitica. In un mondo che si sta dividendo in grandi imperi contrapposti, la loro provenienza farà la differenza. Vuoi perché l’instabilità politica rischia di bloccare i pozzi – vedi quelli libici –, vuoi perché i tanti governi dittatoriali ci mettono un amen a sequestrare tutto, vanificando enormi investimenti. Vedi appunto il Venezuela, Stato che deve alla nostra Eni quasi 3 miliardi di euro per greggio estratto, usato in loco e mai pagato…