Mosaico
Nuovo impegno teatrale per il padovano Pierpaolo Spollon che il 21 aprile sarà proprio nella sua città con lo spettacolo La paternità spiegata malissimo, scritto assieme a Matteo Monforte e con la regia di Mauro Lamanna. L’appuntamento è alle 21 al teatro Geox, da dove l’attore condurrà il pubblico in una riflessione che dalle generazioni passate giunge alla figura del padre nel contesto socioculturale contemporaneo, scardinata dal sessismo di “mammo” e diventata anzi più attraente rispetto a quella del genitore vecchio stampo.
Qual è la ragione che l’ha spinta a parlare di paternità e cosa deve attendersi il pubblico?
«L’intento dello spettacolo è quello di dimostrare che una presenza paterna accudente, come viene appunto definita oggi, sia fondamentale e ormai sdoganata, portando dei benefici enormi. Le culture in cui ciò accade sono, ad esempio, meno inclini alla guerra, i bambini hanno minori livelli di stress e l’uomo, il cui corpo cambia proprio per la vicinanza fin dalla nascita del piccolo, diventa più empatico. Il pubblico dovrà aspettarsi di ricevere delle informazioni, tutte verificabili, che talvolta stupiscono ma corredate come sempre dall’ironia. È uno spettacolo autoironico e leggero, non pesante».
Porta in scena la sua esperienza di figlio e padre. È stato difficoltoso?
«In realtà no, perché mi è servita per comprendere quello che leggevo negli studi. Come sempre, non riesco a slegare l’esperienza personale rispetto all’argomento che tratto; ci sono dei riferimenti a mio padre, alla mia famiglia e ai miei figli ma sono tutti pretesti per raccontare qualcosa».
Cosa intende quando afferma che il cambiamento della figura paterna deve necessariamente passare da quello dell’uomo?
«Questi due cambiamenti vanno di pari passo. L’uomo che lascia una certa forma di virilità ostentata – come quella degli anni Ottanta quando egli non doveva chiedere mai – è assolutamente in linea con il movimento attuale: non si può abbracciare questa nuova forma di paternità se non si mollano certi canoni imposti nel passato. Non penso, infatti, che gli uomini di allora fossero più o meno bravi, ma semplicemente quella figura era ciò che culturalmente ci si aspettava da loro. Il padre, già etimologicamente, era colui che nutriva la famiglia; ora ciò è cambiato, va detto, grazie alle lotte femministe e alla nuova immagine paterna richiesta proprio da queste ultime. Noi uomini non siamo mai scesi in piazza per chiedere più tempo da trascorrere con i figli, ma abbiamo scoperto poi che succedono delle cose fantastiche quando ce ne appropriamo».
Per diverso tempo, ha deciso di tener privato il suo essere padre. Cosa le ha portato questa scelta, anche alla luce di una forte esposizione della vita familiare da parte di altri genitori?
«Credo che oggi ci sia un aspetto che non si consideri sulla sfera privata. Mantenere in un certo senso protette determinate situazioni familiari – come possono essere i figli e il tempo trascorso assieme – restituisce loro, dentro di noi in maniera inconsapevole, un valore maggiore. Penso all’esempio degli indiani d’America, convinti che il farsi fotografare togliesse loro un pezzettino di anima. Cerco quindi di esporre la sfera privata il meno possibile, ma non mi sento assolutamente di giudicare gli altri genitori; l’unico aspetto su cui però sento il bisogno di porre attenzione è la deregolamentazione del mondo social. Ora si inizia finalmente a discutere di proibirlo ai ragazzi o di mettere delle restrizioni perché, come altre innovazioni, è andato tutto a briglie terribilmente sciolte e ora vediamo che sta portando alcune problematiche a livello sociale, politico, ma anche familiare. Ci sono delle leggi sulla salvaguardia dei minori e sulla pubblicazione di loro foto che ormai pare non siano più seguite».
Parlando di Padova, cosa rappresenta oggi per lei questa città e cosa le ha lasciato?
«Le mie radici sono qui, è la città che mi ha cresciuto e formato come uomo. Il suo ruolo, assieme a quello dell’università e della socialità offerta, è fondamentale. Riconosco dei suoi tratti in alcune mie caratteristiche di vita, di convivialità e bisogno di stare con gli altri. È una struttura che ritrovo a Padova, con tutte le sue piazze e i suoi punti d’incontro».
Ha deciso di vivere fuori dalla città. Lo consiglierebbe anche alle nuove famiglie?
«Vivere dentro o fuori le città è una scelta soggettiva. Io sono nato in pieno centro a Padova e ho avuto una libertà forse oggi è un po’ persa, non per colpa della città, ma per problematiche sociali. Ho deciso di uscire perché avevo la necessità di trovarmi in posti più tranquilli, sublimando quel vuoto di tranquillità avuto da ragazzo. Lo consiglio perché le città stanno vivendo difficoltà di tempi e perdendo la misura d’uomo; forse fuori ci si riappropria di una dimensione più adatta al nostro cervello. Per motivi lavorativi vivo a Roma, ma non in città: abito sul lago di Bracciano ed è una necessità dovuta forse alle tante corse fatte».