Chiesa
Abbazia benedettina di Pomposa in diocesi di Ferrara – Comacchio e abbazia benedettina di Novalesa in Va di Susa: a queste due storici segni di “preghiera e bellezza” Avvenire ha dedicato un’intera pagina lo scorso 30 gennaio.
La prima, nel delta del Po, celebra i mille anni di storia mentre la seconda, in una valle alpina, festeggia tredici secoli di ospitalità.
Le abbazie benedettine hanno testimoniato in passato e seppur in misura diversa testimoniano oggi la fecondità del motto benedettino “ora et labora”.
Una testimonianza controcorrente in tempi di tensioni, di incertezze, di paura del futuro.
Hanno formato una rete orante e operosa, quasi un abbraccio a un mondo inquieto e smarrito.
Di questa rete molto hanno scritto gli storici ma oggi appare del tutto estranea alla realtà: altre reti hanno preso il suo posto e non sempre per costruire legami.
Il pensiero corre a Benedetto da Norcia del quale Paolo Rumiz nel libro “Il filo infinito” (ed. Feltrinelli, 2019) scrive: “era capace di costruire l’Europa nonostante le macerie, perché era più forte di loro. La vita sarebbe ricominciata comunque perché era ricominciata tante volte nei secoli. Ma era dura crederci davvero. Eravamo in una caduta libera solo che facevano fatica rendercene conto perché un impressionante apparato di cosmetici e anestetici ammortizzava quella caduta ne impediva la percezione, posticipava l’inevitabile schianto”.
Oggi il rischio di caduta libera della libertà, della giustizia e della democrazia e l’apparato di anestetici sono sotto gli occhi di tutti, inquietano e spesso angosciano. Le macerie, non solo materiali, sono sparse ovunque e come ai tempi di Benedetto sono l’esito della disumanità e dell’assenza di pensiero.
Contro queste devastazioni le abbazie benedettine si ponevano come presidi di preghiera, di studio e di lavoro, formavano reti di condivisione, di accoglienza, di fraternità. Le abbazie ci sono ancora, basta scorrere le pagine del libro di Paolo Rumiz per rendersene conto, ma il loro richiamo all’essenziale è zittito se non spento dal fragore delle armi e dal vociare dei moderni mercanti.
I monaci e le monache di allora riuscirono a salvare l’Europa con la sola forza della fede ma chi oggi può continuare l’opera? Alla domanda rispondono uomini e donne che credono nella forza disarmata e disarmante della fede, rispondono uomini e donne che con la fragilità dei monaci e delle monache oppongono alla cultura dell’odio e dello scontro la cultura dell’ascolto e del dialogo.
Sono loro a formare reti, invisibili ma attive, che si sostituiscono a quelle delle abbazie. Sono consapevoli che “essere più forti delle macerie” è difficile ma è possibile e quindi è doveroso.
Celebrare gli anniversari di Pomposa e di Novalesa pensando a queste reti di persone, di famiglie e di comunità è dare il senso del futuro alla memoria, è rafforzare quei presidi di valori e di ideali che uniscono passato e presente nel segno della pace.