Idee
Il priore di Camaldoli dom Matteo Ferrari al Centro universitario di Padova: una lectio tra Scrittura e vita sull’esperienza di Dio in una società che sembra poterne fare a meno
«Perché vengo a Camaldoli?! Domandi a un cervo perché va alla fonte per bere?». Così scriveva nel 1954 Giorgio La Pira. E continuava: «Viviamo di nostalgia delle cose che non passano, noi che siamo immersi dall’alba al tramonto nelle cose faticose che passano. Ecco perché si viene a Camaldoli: per guardare il cielo». Lo stesso cielo che oggi sembra chiuso, non solo per le nuove generazioni ma spesso anche per chi si definisce credente. Per molti oggi Dio non è soltanto una presenza sempre meno evidente: non è più neppure una possibilità da prendere in considerazione.
Parte da questa immagine – la fonte, la sete, il desiderio di qualcosa che non passa – Matteo Ferrari, attuale priore generale della Congregazione camaldolese dell’Ordine di San Benedetto, presente lo scorso 17 marzo all’incontro presso il Centro universitario di via Zabarella per uno degli appuntamenti dei martedì culturali, dedicati quest’anno alla parola “senza”. Di che cosa oggi non possiamo star senza? La società in cui viviamo ha già scelto: separarsi da un Dio percepito come un limite da cui liberarsi. E che tuttavia riemerge nella crescente domanda al supermarket della spiritualità, fatto di corsi di yoga, bastoncini d’incenso e sedute di meditazione.
Dio però «non è un tappabuchi», scriveva il teologo protestante Dietrich Bonhoeffer: «La fede non è un esercizio da centro benessere – sottolinea dom Ferrari – Oggi si cerca Dio per star meglio; nella tradizione ebraica e cristiana però Dio viene per disturbarci: per svegliarci, non per farci assopire». Ne I fratelli Karamazov di Fëdor Dostoevskij il Grande Inquisitore chiede a Cristo proprio questo: «Perché sei venuto a disturbarci?». Un’immagine che, commenta Ferrari, rivela una tentazione sempre presente: costruire ecosistemi religiosi o sociali che in realtà non hanno più bisogno di Dio.
Come incontrare allora questo Dio benigno e allo stesso tempo sfuggente? Dom Ferrari, nel solco della tradizione monastica, indica due luoghi: Scritture e preghiera. «Per un cristiano è impossibile pensare Dio senza passare attraverso l’umanità di Gesù, e oggi la carne di Gesù sono le Scritture. Se voglio cercarlo non posso che mettere ogni giorno al centro della mia vita l’incontro con la Parola». Da qui la scelta di guidare l’incontro come una vera lectio divina, commentando un salmo e una parabola evangelica.
Il Salmo 73 (72) racconta la crisi del credente di fronte all’apparente successo dei malvagi. Inizia con una affermazione di fede, quasi da catechismo: «Quanto è buono Dio con gli uomini retti»; subito dopo però l’autore confessa: «Per poco non inciampavo, quasi vacillavano i miei passi, perché ho invidiato i prepotenti vedendo il successo dei malvagi». È la domanda che attraversa ogni epoca: se Dio è giusto, perché la realtà sembra dire il contrario? La svolta arriva quando il salmista entra nel santuario: «Qui, cioè nella preghiera, riesce a vedere la realtà con occhi diversi. La vita è la stessa, cambia però lo sguardo».
Il secondo testo scelto è una delle parabole più celebri del Vangelo di Luca: quella del figliol prodigo, o più precisamente – suggerisce il monaco – la parabola dei due figli. Il figlio minore rappresenta il modo più evidente di allontanarsi da Dio: la fuga: «Il testo racconta la sua progressiva disumanizzazione – chiarisce Ferrari – Più questo figlio si allontana dal padre, più perde la propria identità e la dignità, fino a desiderare il cibo dei porci». Ma la parabola non si ferma qui. Anche il figlio maggiore, che non ha mai lasciato la casa paterna, vive in realtà lontano dal padre. Lo dimostra il suo linguaggio: «Ti servo da tanti anni»; non parla da figlio ma, appunto, da servo.
Per questo Ferrari affianca al brano evangelico altre due piccole parabole: quelle della pecora smarrita e della moneta perduta. «La pecora si perde lontano, la moneta si perde in casa. Così anche i due figli: uno si perde andando lontano, l’altro restando a casa». Il punto decisivo, dunque, non è la distanza fisica ma il modo di vivere la relazione. «Entrambi i figli sono senza il padre, anche se in due modi diversi. Quello che fa la differenza è vivere da figli e non da servi». La parabola resta volutamente aperta: «Il figlio maggiore siamo noi, sei tu – conclude sul punto Ferrari – La domanda è rivolta a chi ascolta: entri alla festa o rimani fuori?».
Nella seconda parte dell’incontro, dialogando con gli studenti, Ferrari ha toccato anche alcune questioni molto concrete: la difficoltà delle nuove generazioni a cercare Dio, la trasmissione della fede e il rapporto tra questa e vita quotidiana. Secondo il monaco camaldolese «la prima cosa che può spingere a interrogarsi è incontrare uomini e donne che non possono stare senza Dio e che lo testimoniano con semplicità e verità». Alla domanda più personale – cosa si prova quando si incontra Dio – Ferrari risponde invece evocando un episodio dell’Esodo, in cui Mosè chiede di vedere la gloria di Dio e il Signore gli dice che potrà vederlo solo di spalle, dopo il suo passaggio. «Il Dio della tradizione ebraico-cristiana si vede di spalle: lo riconosci dopo che è passato nella tua vita – spiega il monaco – Quando poi te ne accorgi, quello che provi è una cosa sola: meraviglia».
Come il cervo torna alla fonte, l’uomo continua a cercare ciò che gli dà vita. E, riprendendo l’immagine di La Pira, Dio non è una cisterna di acqua ferma ma una sorgente che continua a scorrere. Si può provare a ignorarla, a farne a meno, perfino a convincersi che non esista. Ma prima o poi la sete torna. E allora la domanda riaffiora: possiamo davvero vivere senza Dio?