Idee
Un casco da softair con lo smartphone montato sulla visiera, i guanti, una videochiamata su Telegram con quattro account anonimi. L’aggressione alla docente di italiano della scuola media Giovanni Verga di Centocelle, a Roma, compiuta venerdì 18 settembre da uno studente di 13 anni, è stata costruita per essere vista. Gli inquirenti indagano sui contatti del ragazzo con ambienti suprematisti online. “L’atto acquista valore nel momento in cui viene ripreso e mostrato”, spiega Marco Dugato, ricercatore senior di Transcrime e docente all’Università Cattolica del Sacro Cuore. Il gesto conta meno della sua circolazione: “Il vero valore, in questo meccanismo, non è l’azione violenta in sé, ma quanto quell’azione viene riproposta e ‘rivenduta’ all’interno della bolla di riferimento”.
Dal gruppo di strada alla chat anonima
La ricerca di un’identità condivisa, dell’accettazione e del riconoscimento degli altri è una costante dell’adolescenza e trova risposta nel gruppo dei pari, a cominciare da quello che si incontra ogni giorno nella stessa via. “Non amo particolarmente i termini ‘gang’ o ‘baby gang’, perché la maggior parte di questi gruppi, almeno all’origine, non ha una struttura criminale: nasce piuttosto come gruppo amicale”, precisa Dugato. Sempre più spesso, però, il riconoscimento viene cercato in comunità virtuali, tra ragazzi che non si sono mai visti. “Il collegamento è soltanto virtuale, a volte anche anonimo, attraverso pseudonimi”, osserva: a tenerli insieme è la condivisione di particolari interessi e nel gruppo i ragazzi trovano “un rinforzo e una forma di riconoscimento”. Nel pubblico maschile, aggiunge, concetti come la forza e il dominio “hanno un’attrattiva particolare nella costruzione del sé e dell’ego del ragazzo”. Su questo terreno operano da tempo gruppi di estrema destra e nazifascisti, affiancati da nuove comunità: “Pensiamo al caso di Andrew Tate e a tutto quel mondo che lucra su questo bisogno di riconoscimento”, figure che producono contenuti come influencer e monetizzano su quelle parole chiave. Ne deriva “un effetto a valanga”: i ragazzi si identificano in quei modelli e tendono a emularli. Negli Stati Uniti, ricorda, ragazzi che hanno compiuto azioni violente a scuola si sono filmati e hanno diffuso le immagini; il riconoscimento ottenuto nelle loro “bolle” può spingere un altro adolescente a “diventare anche lui un ‘martire’ o un idolo nella propria cerchia di riferimento”. Anche la simbologia risponde a questa logica: “Il fatto di indossare un casco o dei guanti non ha a che vedere con l’aggressione che si potrebbe compiere. Rimanda a una dimensione simbolica che acquista senso se poi viene pubblicata”.
Famiglia e scuola, la prevenzione parte dalle elementari
La banalizzazione è il primo rischio. “Si pensa che questi ragazzi abbiano necessariamente problemi psichiatrici, che siano ‘matti’. In realtà, molto spesso non è così”, avverte Dugato. Sono piuttosto adolescenti inseriti in un meccanismo, con fragilità che “devono, e probabilmente possono, essere individuate prima che si arrivi al comportamento violento”. I primi attori sono la famiglia e la scuola, “non per attribuire loro delle colpe, ma perché sono le realtà che vivono la quotidianità del ragazzo”. Nel caso romano alcuni compagni di classe hanno raccontato di sapere che il tredicenne frequentava determinati ambienti online: “Sono elementi che il mondo degli adulti spesso non vede, perché non riesce a coglierli, oppure vede ma minimizza, sottovalutandone l’importanza. A volte li liquida come ‘cavolate’; altre volte proibisce, senza però dare un’alternativa o una spiegazione”. La strada è la relazione, “per spiegare, ragionare insieme e capire che cosa trovino attraente in determinati modelli di riferimento”. C’è poi la prevenzione precoce, perché davanti a un gesto come quello di Centocelle il disagio è maturato da tempo: “Non dobbiamo rivolgerci soltanto ai ragazzi delle scuole medie: occorre capire che cosa succede già alle elementari”. Resta il livello strutturale, l’educazione ai comportamenti online, che chiama in causa gli adulti. “La radicalizzazione, se vogliamo usare questo termine, o il ricorso ad argomentazioni sempre più violente sono fenomeni che vediamo tutti i giorni sui social e che non riguardano soltanto i ragazzi”, sottolinea: “In personalità ancora in formazione, come quelle dei ragazzi, questi meccanismi possono avere effetti amplificati”.