Fatti
“La corruzione esaspera soprattutto i giovani, che desiderano un futuro migliore nella loro terra”. Mons. Gjergj Meta, vescovo di Rrëshen e presidente della Conferenza episcopale albanese, legge così le ore difficili di Tirana, dove dal 13 ottobre migliaia di studenti sono in piazza contro il governo di Edi Rama, tra scontri, incendi e decine di arresti. Il Sir lo ha raggiunto mentre rientrava in Albania, dopo una settimana trascorsa in Vaticano per l’incontro di Leone XIV con i capi delle Chiese orientali e i presidenti delle Conferenze episcopali a dieci anni da Amoris laetitia. Al centro del colloquio, l’oltraggio alla nunziatura apostolica, la condanna di ogni violenza, l’emorragia demografica e l’orizzonte europeo.
Eccellenza, i disordini hanno toccato anche la nunziatura apostolica. Che cosa è accaduto?
Si è verificato un episodio increscioso. Durante uno dei cortei lungo via Durazzo, dove si trova la sede diplomatica, alcuni dimostranti hanno rimosso la bandiera vaticana e, a quanto pare, l’hanno poi data alle fiamme insieme ad altri oggetti.
Tutto ciò è contrario alla legge, ma anche al senso di ospitalità con cui gli albanesi accolgono chi viene da fuori. Il diritto di manifestare non autorizza a usare la forza contro chicchessia, tanto meno contro gli amici del nostro popolo.
Come hanno reagito i vescovi?
Con una dichiarazione abbiamo espresso vicinanza al nunzio apostolico, mons. Mirosław Adamczyk, e ai suoi collaboratori, condannando l’atto irresponsabile compiuto da alcuni manifestanti. Abbiamo inoltre chiesto alle istituzioni più vigilanza e misure preventive, affinché le missioni diplomatiche, a partire da quella pontificia, siano tutelate secondo la legge e gli accordi internazionali. Infine abbiamo lanciato un appello alla calma, alla pace e al dialogo, perché le questioni aperte trovino soluzione per via democratica.
Da che cosa nasce la mobilitazione?
È una contestazione rivolta all’esecutivo, alimentata anche dagli ultimi sviluppi della riforma della giustizia, che ha portato a numerosi mandati di cattura nei confronti di alti esponenti governativi: vicepremier e ministri indagati, alcuni finiti in carcere. Riconosciamo i passi avanti compiuti in questi anni sul piano della democrazia e dello sviluppo del Paese, ma molto rimane da fare.
Ci stiamo avvicinando con decisione all’Europa e sono stati aperti alcuni capitoli negoziali per l’adesione, ma i nodi da sciogliere sono ancora tanti. Quello della corruzione, che sembra aver raggiunto le alte sfere del potere, è tra i più gravi.
Il disagio delle nuove generazioni spinge molti a partire. Quanto pesa l’emigrazione?
Viviamo un forte spopolamento, che si avverte con chiarezza nelle nostre diocesi. Nella mia, a Rrëshen, i cattolici erano 50-55mila negli anni Novanta, oggi sono appena 12.500. Soprattutto di recente si è registrato un grande flusso migratorio, che coinvolge famiglie intere e ragazzi che in patria non vedono prospettive. Sono queste le ragioni che hanno fatto esplodere la rabbia.
Negli scontri si contano numerosi feriti. Qual è la posizione della Chiesa?
La violenza non fa bene, sia quando viene dai manifestanti sia quando la polizia vi ricorre in modo sproporzionato.
In questi giorni ci sono stati eccessi da una parte e dall’altra. Respingiamo la forza come metodo di protesta, ma anche come risposta alla piazza.
Per questo condanniamo ogni sopruso, anche quando sono le istituzioni dello Stato a mettere a rischio la vita e la salute di chi è sceso in strada.
Con quale sguardo seguite il cammino di adesione all’Unione europea?
Con favore. Siamo convinti che l’Europa sia la destinazione naturale dell’Albania: vi apparteniamo geograficamente e spiritualmente, e ora aspiriamo a farne parte anche politicamente. Per questo la Conferenza episcopale incoraggia senza riserve ogni passo in quella direzione. Abbiamo sempre in mente l’Europa dei valori, fedele all’ispirazione dei padri fondatori. Non è certo un paradiso e ne conosciamo bene i limiti.
Riteniamo però che sia l’approdo del nostro Paese e sosteniamo con forza questo percorso.
Nei mesi scorsi lei ha incontrato Leone XIV. Quale sensibilità ha riscontrato verso l’Albania?
Il Papa, al quale va tutto il nostro affetto soprattutto in questo momento di prova per la sua salute, sa ascoltare e ama il confronto. Gli ho illustrato la situazione della diocesi, della Chiesa e della società albanese e l’ho invitato a venire da noi, con l’auspicio che il viaggio possa realizzarsi. Mi ha seguito con interesse e mi ha rivolto alcune domande.
La comunità cattolica del Paese si sente accompagnata da Roma?
Certamente. C’è una premura della Santa Sede nel suo insieme, ma anche personale da parte del Papa.