Idee
Non arrivano con le sirene dell’antiaerea, almeno non qui. Ma ci arrivano attraverso i notiziari, gli schermi dei telefoni, i prezzi del carburante, i voli cancellati, i progetti rimandati, quella sottile sensazione che il mondo sia diventato ancora un po’ più instabile.
È ciò che accade anche in queste settimane di fronte al conflitto nel Golfo. È una reazione comprensibile: la psicologia sa bene che la mente umana non risponde solo al pericolo immediato e concreto, ma anche e soprattutto alla “percezione di vulnerabilità”.
Quando un conflitto occupa per giorni il flusso delle notizie, altera i mercati energetici, interferisce con i trasporti e rafforza quel senso di incertezza internazionale con cui conviviamo ormai da anni, anche in contesti geograficamente molto vicino a noi (basti pensare all’invasione russa dell’Ucraina), la nostra mente registra un messaggio semplice e inquietante: il mondo non è più prevedibile come prima; e purtroppo, quando la prevedibilità del mondo si incrina, l’ansia cresce.
L’ansia sociale prodotta dalla guerra non sempre si presenta come paura esplicita: può assumere la forma di pessimismo, bisogno compulsivo di controllare le notizie, preoccupazione economica, esitazione a prenotare un viaggio o a fare progetti a medio termine. In altre parole, la guerra lontana entra nella nostra vita quotidiana con il volto apparentemente banale della benzina che sale al distributore, del volo per le vacanze che ci appare di colpo meno sicuro, del dubbio che si insinua quando immaginiamo il domani dei nostri figli.
C’è poi un secondo elemento, ancora più sottile: la sensazione di impotenza. Le guerre contemporanee ci raggiungono sui nostri smartphone in tempo reale, in un flusso continuo di immagini, notizie, informazioni e disinformazioni, commenti e polemiche. Vediamo, leggiamo, commentiamo, ci allarmiamo, ma incidiamo pochissimo.
Questa combinazione di massima esposizione emotiva ma minima possibilità di controllo è psicologicamente faticosa; produce una forma di esposizione continua in cui la nostra mente rimane allertata e inquieta, ma senza sentire un vero controllo su quanto avviene. Del resto, tra pandemia, guerre, tensioni economiche e trasformazioni tecnologiche rapidissime, questi ultimi anni non hanno certo rafforzato il nostro senso di stabilità del mondo.
Che cosa possiamo fare, allora?
Anzitutto distinguere tra “informazione” e “immersione”. Informarsi è doveroso; farsi sommergere da aggiornamenti infiniti, no. Il flusso incessante di notizie non ci rende necessariamente più lucidi e informati: molto più spesso ci espone a un sovraccarico emotivo che alimenta solo l’inquietudine ma non la nostra capacità di orientarci nel mondo.
Occorre poi riportare l’attenzione su ciò che è concretamente governabile: le decisioni quotidiane, la cura delle relazioni, il lavoro, la cura della salute e sicurezza quotidiana, la gestione delle spese, la valutazione razionale dei rischi reali. L’ansia cresce nella vaghezza e nella fruizione passiva delle informazioni; diminuisce quando ritrova confini, parole, piccole azioni di cura, e spazi di confronto costruttivo.
Serve anche una disciplina mentale: non trasformare automaticamente ogni eventuale scenario catastrofico nello scenario più probabile, cosa che tende a fare la nostra mente. Contrastare questa tendenza non significa affatto negare i pericoli reali, ma rifiutare che occupino per intero il nostro spazio interiore.
E poi ci sono i bambini. Anche quando sembrano distratti, assorbono il clima emotivo degli adulti molto più di quanto immaginiamo. Sentono i toni, colgono parole sparse, vedono immagini, percepiscono tensioni. Con loro non serve tacere, ma dire la verità in modo chiaro e ben proporzionato all’età: spiegare con parole semplici che esistono sì guerre e situazioni gravi, ma che esistono anche adulti, istituzioni e comunità che lavorano per proteggere, aiutare e contenere i pericoli, e che un giorno anche loro saranno adulti che proteggono e aiutano.
È importante lasciare spazio alle loro domande, ricanalizzare le fantasie più catastrofiche, limitare la loro esposizione al flusso continuo delle immagini più preoccupanti.
In sintesi, se pure il conflitto nel Golfo è lontano, il compito psicologico è vicinissimo, dentro ognuno di noi: impedire che la guerra e il pessimismo occupino completamente le nostre menti.