Idee
Ci sono luoghi che nessuno vede e che, tuttavia, attraversiamo decine, forse centinaia di volte al giorno. Lì finiscono i messaggi che ci inviamo, le fotografie che salviamo nel cloud, le serie televisive che guardiamo in streaming, le videochiamate con parenti e amici dall’altra parte del mondo. E sono anche i luoghi dove lavora l’intelligenza artificiale ogni volta che le chiediamo di scrivere un testo, tradurre un documento o analizzare un’immagine.
Quei luoghi sono le migliaia di data center disseminati nel mondo, pieni di server che elaborano, archiviano e trasmettono dati ventiquattr’ore al giorno. Infrastrutture silenziose, eppure ormai decisive quanto autostrade, reti ferroviarie o centrali elettriche.
Con l’esplosione dell’intelligenza artificiale la loro importanza è cresciuta ulteriormente ma, insieme agli investimenti, sono aumentate anche le contestazioni. Un po’ dappertutto intere comunità hanno iniziato a mobilitarsi contro questi siti, accusati di consumare enormi quantità di energia e acqua, mentre anche da noi cresce il timore che la corsa all’IA possa avere un prezzo ambientale troppo elevato. Per aiutare cittadini e amministratori a orientarsi in questo dibattito, WWF Italia ha pubblicato il rapporto Data center: quanti, dove e come. E soprattutto, alimentati con quali fonti energetiche?
«Spesso si pensa che i data center servano soltanto all’intelligenza artificiale, mentre in realtà sono il cuore dell’intera società digitale», spiega alla Difesa Arturo Lorenzoni, docente di economia dell’energia presso l’Università di Padova e curatore della pubblicazione. L’IA ha comunque fatto esplodere una domanda già in forte crescita, cambiando radicalmente il quadro negli ultimi tre anni: «Oggi rappresenta circa un terzo della capacità di elaborazione richiesta, e il suo peso continuerà ad aumentare».
Quando un settore appare redditizio molti operatori cercano di entrarvi, acquistando terreni e presentando progetti, come in parte è avvenuto con i centri commerciali: secondo il rapporto infatti a fine marzo 2026 risultavano 480 richieste di connessione alla rete elettrica per queste realtà, per un totale 82,63 gigawatt, per la metà concentrate in Lombardia. «In questo momento stiamo assistendo a una vera corsa agli investimenti – spiega Lorenzoni – Questo però non significa che l’Italia dovrà essere ricoperta di data center: le nostre esigenze sono diverse da quelle di Usa o Cina». Anche da noi c’è comunque bisogno di puntare sulle nuove tecnologie: «Al momento utilizziamo modelli di IA sviluppati soprattutto all’estero, mentre avremmo bisogno di sviluppare strumenti addestrati anche sulla realtà italiana ed europea».
Per Lorenzoni comunque il primo problema da risolvere è il ritardo nella digitalizzazione. L’esempio è quello della sanità: «Ancora oggi il fascicolo sanitario elettronico fatica a dialogare tra le diverse regioni. Se un cittadino si trova in pronto soccorso lontano da casa, non sempre i medici hanno accesso immediato alla sua storia clinica. Questo dimostra che la questione non è soltanto costruire data center, ma utilizzare davvero i dati».
Il rapporto del WWF non minimizza l’impatto ambientale delle nuove strutture, ma invita a considerare anche la rapidità con cui la tecnologia sta evolvendo. «I consumi di energia e di acqua sono temi centrali – osserva Lorenzoni – ma un data center ha una vita tecnica di appena tre-cinque anni e ogni nuova generazione è molto più efficiente della precedente». I progressi sono già evidenti: in un solo anno, tra maggio 2024 e maggio 2025, Google ha ridotto di 33 volte l’energia necessaria per ogni interrogazione dei propri sistemi di IA, mentre negli ultimi cinque anni l’efficienza di elaborazione per unità di energia è cresciuta di oltre sei volte. Anche il calore prodotto dai server, che nelle infrastrutture più moderne raggiunge circa 70 gradi, può essere recuperato per alimentare reti di teleriscaldamento o processi industriali, e in questo campo non mancano esempi italiani virtuosi, come il supercomputer Leonardo a Bologna. In questa direzione si muove anche l’Unione Europea, che sta introducendo criteri comuni per certificare le prestazioni ambientali dei nuovi centri di calcolo.
Secondo il rapporto, inoltre, la crescita del settore può essere sostenuta dallo sviluppo delle fonti rinnovabili: «L’energia necessaria entro il 2035 è compatibile con un forte sviluppo di fotovoltaico ed eolico. La continuità della fornitura, almeno in una fase di transizione, potrà essere garantita dalle centrali a gas già esistenti, e in futuro sempre più dai sistemi di accumulo». Per questo Lorenzoni guarda con prudenza al ritorno del nucleare: «Le nuove centrali richiedono tempi incompatibili con le esigenze della transizione energetica; nel frattempo le batterie stanno conoscendo uno sviluppo rapidissimo, con costi in forte diminuzione e prestazioni sempre migliori».
Come già accade per gli impianti eolici o fotovoltaici, anche i data center rischiano di scontrarsi con l’effetto Nimby (not in my back yard, “non nel mio giardino”, il fenomeno per cui nessuno vorrebbe infrastrutture impattanti, anche se necessarie nei pressi di casa sua, ndr). «La risposta – conclude Lorenzoni – non è imporre le infrastrutture, ma progettarle e spiegarle bene. Se gli investimenti rispettano il territorio, il consenso è possibile». Il nodo insomma non è soltanto tecnologico, ma anche politico e sociale. Senza data center non ci saranno i servizi ai quali siamo ormai abituati e industria 4.0, ma senza una pianificazione attenta e condivisa sarà difficile convincere i territori che quella rivoluzione tecnologica può diventare anche un’opportunità di sviluppo sostenibile. È su questo equilibrio, più ancora che sulla tecnologia, che si giocherà una parte importante del nostro futuro, non solo dal punto di vista tecnologico.
Oggi in Italia sono attivi 262 data center, la gran parte dei quali si trova in Lombardia
Se oltre un terzo dei data center si colloca nel capoluogo lombardo non è un caso. Queste infrastrutture infatti si collocano laddove esistono sistemi di rete avanzati e nodi di interconnessione di grandi dimensioni.
In questo senso questi insediamenti tecnologici rappresentano un buon metro di misurazione del tipo di economia e di offerta di servizi esistenti nelle diverse aree del Paese.
Se in Lombardia oltre ai 99 data center di Milano si contano, per esempio, i dieci di Bergamo e i cinque di Brescia (fonte: datacentermap.com), in tutto il Nordest se ne contano 33: Padova guida tutta l’area con nove data center; seguono Venezia e Udine con quattro; Trento, Vicenza, Treviso e Trieste con tre; Bolzano con due; Pordenone e Verona con uno. L’economia nordestina dunque è ancora lontana da una profonda digitalizzazione tipica da industria 4.0, ma lo stesso si può dire per il resto dell’Italia: la Lombardia insomma è un’eccezione.
A Roma, infatti, i data center sono 28 e a Torino 13 (uniche due città in doppia cifra oltre a Milano e Bergamo). Bologna ha cinque insediamenti, Firenze tre, Bari sette, Catania tre come Napoli, ma con la vicina Caserta a quota quattro e il caso sorprendente di Manocalzati, 2.977 abitanti in provincia di Avellino, che conta due data center frutto di altrettante iniziative imprenditoriali rispettivamente di Manutenzione e Assistenza Computers srl e di Over the Cloud.
Per quanto riguarda i consumi – secondo il rapporto 2025 su digitalizzazione e decarbonizzazione del Politecnico di Milano – nel 2024 sono ammontati a 5,8 terawattora, pari a quasi il 2 per cento del consumo nazionale. Si stima che entro il 2035 il dato del consumo dei data center potrebbe oscillare fra il 7 e il 13 per cento dell’intero fabbisogno italiano di energia elettrica.