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Sarà Uto Ughi, uno dei maggiori interpreti della scuola violinistica moderna, a chiudere, martedì 29 settembre, alle 21, presso il suggestivo Chiostro di San Francesco (ex-Collegio Vescovile) di Este, la rassegna letteraria “Parole d’autore”. Durante l’incontro dal titolo “Armonie di vita: tra le corde del violino e della memoria” verrà presentato il libro autobiografico Quel diavolo di un trillo. Note della mia vita (Einaudi, collana Super ET, 2013), una riflessione sul valore della musica nella contemporaneità, un viaggio nei ricordi che restituisce, con l’andamento di una partitura, fotografie vivide di momenti irripetibili.
Ecco l’intervista in esclusiva alla Difesa.
Dai natali piranesi di suo padre al titolo del libro che andrà a presentare, un’autobiografia, fino a un linguaggio strumentale che fonde tecnica e intensità, la figura di Tartini torna in tanti modi diversi nella sua vita: il territorio di Padova, città adottiva del Maestro delle Nazioni, sembrerebbe quindi il luogo ideale per questo incontro.
«Tartini per me è stato un grande maestro, non a caso il primo disco che ho inciso, a Londra, era proprio la sonata Il trillo del diavolo. L’ho conosciuto molto bene grazie a Claudio Scimone, padovano d’eccellenza, con il quale ho collaborato per tanti anni. Insieme abbiamo fatto un bel lavoro musicale anche su autori come Viotti e Vivaldi e altri ancora. È stata un’esperienza meravigliosa, perché Claudio era un grande musicista e lo rimpiango tutti i giorni. Durante la mia carriera ho avuto inoltre la possibilità di parlare con interpreti incredibili che per me sono continua fonte di ispirazione ed energia. Ho conosciuto infatti i più grandi artisti del nostro tempo, Rostropovich, Menuhin, Rubinstein, Stern… Tutti sono intervenuti nell’ambito di un festival che avevo fondato, “Omaggio a Venezia” (creato per la raccolta di fondi da destinare al restauro di opere d’arte, ndr)».
Come vede il violinismo d’oggi rispetto alle grandi lezioni del passato?
«Trovo che siano andate perse un po’ la grande interpretazione, la tradizione e la spiritualità della musica, questo a causa di una tecnologia troppo invasiva in tutte le aree della vita. Adesso abbiamo questa intelligenza artificiale, l’IA, che può sicuramente dare delle informazioni utilissime, purché non scavalchi l’umanità, l’uomo con la sua fantasia e la sua genialità. C’è una tendenza ad accentuare la bravura virtuosistica, l’aspetto tecnico a scapito però dell’approfondimento spirituale e dell’approfondimento umano. I solisti di oggi rispetto a quelli di ieri – perché alla fine ho sentito tutti e due i “modelli” – tendono ad accelerare esageratamente i tempi, a fare tutto al doppio della velocità, al che l’esecuzione diventa quasi un’esibizione sportiva e non esiste più la ricerca delle fonti spirituali della musica. Oggi ci sono dei grandissimi tecnici, eppure manca completamente la ricerca interpretativa. Questo invece non accade con interpreti quali Oistrakh, Stern e Rostropovich, per esempio, che erano prima di tutto dei cultori della grande interpretazione della tradizione, ossia quella che oggi viene messa da parte a favore della velocità».
Questo approccio esecutivo secondo lei può essere legato anche al cambiamento delle modalità di ascolto a cui il pubblico si è adattato negli ultimi decenni?
«Diciamo che per ascoltare la musica ci vuole un momento di riflessione e anche di meditazione sul suo significato. Senza il pensiero, la musica è relegata al ruolo di sottofondo, diventa un passatempo come un altro per un momento di distrazione. Oggi, appunto, si tende a far tutto in fretta, questo ovviamente anche dal punto di vista dell’ascolto. Per esempio io ho sentito le Suite di Bach suonate da Casals, nel senso che le ho ascoltate proprio dal vero, con lui al suo strumento davanti ai miei occhi: per me erano testimonianze quasi profetiche delle Suite per violoncello bachiane e lì c’era veramente una testimonianza straordinaria. Oggi si fanno molto più leggermente, più superficialmente… ahimè, più velocemente».
L’appuntamento in programma ad Este ha per titolo “Armonie di vita”: quali sono le sue?
«È molto difficile catalogare un’armonia di vita. La vita presenta continuamente delle scelte, siamo sempre davanti a un bivio e succede che imbocchiamo la strada giusta o che ne prendiamo una meno giusta. Personalmente non ho mai preteso di additare nuove strade, nuovi costumi, però ho avuto la fortuna e il privilegio di conoscere i migliori talenti della musica e ho imparato moltissimo da loro, avvertivo la loro forza, ero conquistato da quella scintilla di genio che sorprendeva sempre… Per loro la musica era un sacerdozio, perché in fondo erano davvero come sacerdoti e tutto quello che davano all’arte poi gli ritornava, era il loro modo di vivere e amare la musica. Per fortuna abbiamo i dischi che questi grandi interpreti hanno lasciato, abbiamo le sinfonie di Beethoven dirette da Furtwängler, da Karajan e altri eccezionali direttori d’orchestra, registrazioni che sono alla stregua di monumenti».
Il peso culturale della musica oggi?
«Qualcosa da salvaguardare a qualsiasi costo, specie in una società costantemente privata di riferimenti culturali in grado di trasmettere valori sani. È oggi più che mai necessario educare alla bellezza e all’arte, tutti e in particolare i giovani».
Cosa che la identifica profondamente al di là della musica?
«L’amore per la letteratura, la natura, i viaggi, il silenzio e i luoghi in cui ritrovarsi».