Fatti
Dal 17 marzo Quid ha aperto in via Sacro Cuore a Padova la nuova sede per il suo laboratorio produttivo, in precedenza ospitato negli spazi del Gruppo Polis. Il trasloco sostenuto da Reale Foundation si presenta come una tappa strategica per la realizzazione del primo distretto di produzione tessile Made in Italy etico e sostenibile, aspetti – questi ultimi – centrali per l’impresa culturale veronese fin dalla propria nascita. Dal 2013, infatti, Quid produce accessori e abbigliamento cercando di dare nuova vita a persone e tessuti: «Il nostro approccio parte da un presupposto semplice: i limiti possono diventare punti di partenza – sintetizza la presidente e fondatrice, Anna Fiscale – Recuperiamo tessuti di alta qualità e li trasformiamo, attraverso design e produzione etica, in collezioni che creano opportunità concrete di inserimento lavorativo per persone con percorsi di fragilità, in particolare donne».
Con più di 160 dipendenti di varie nazionalità, l’impresa ha già attivato a Padova dieci percorsi di inserimento lavorativo, inclusa una coordinatrice: «Sono numeri piccoli solo in apparenza, perché dietro ciascun percorso c’è una trasformazione concreta: fragilità che diventano risorse, competenze che si riattivano, fiducia che si ricostruisce – illustra Fiscale tracciando un bilancio del primo anno di attività del laboratorio padovano – La valutazione è molto positiva. Stiamo vedendo come la collaborazione tra profit e non profit possa diventare un vero motore di innovazione per il territorio e la comunità».
Per il futuro, sono due gli obiettivi da raggiungere. Il primo è il raddoppio in due anni delle assunzioni a Padova, città scelta secondo Fiscale non solo per la capacità di unire la vocazione produttiva alla sensibilità sociale: «È anche la risposta a un’urgenza: dimostrare che economia e inclusione non sono due strade parallele, ma devono procedere insieme. Il lavoro può e deve tornare a essere uno strumento di dignità e di ricostruzione».
Il secondo obiettivo è, invece, il già citato distretto, di cui la presidente ha un’idea precisa: «Non lo immaginiamo solo come un luogo fisico, ma come una rete di realtà interconnesse capaci di integrare economia circolare e inclusione lavorativa in modo strutturale – spiega – Il nostro obiettivo è dimostrare che questo modello può contaminare positivamente intere filiere anche al di fuori della moda. Crediamo che ogni settore possa evolvere verso forme più ibride, etiche e trasparenti dove valore economico e valore sociale crescono insieme».
Superato il decennio di attività e avviate collaborazioni anche con ditte internazionali, l’impresa di Verona sottolinea dal settore della moda un cambiamento nell’approccio ai temi dell’inclusione e dell’economia circolare: «Nel 2013 parlare di upcycling (riuso creativo di materiali di “scarto”, ndr)e proporsi come partner affidabili era tutt’altro che scontato – ricorda Fiscale – Per noi il vero cambio di paradigma sta proprio qui: non si tratta solo di ridurre l’impatto ambientale ma di ripensare il valore lungo tutta la filiera. Significa considerare le eccedenze non come scarti ma come risorse e le persone non come categorie fragili ma come portatrici di competenze e potenziale. Oggi la sostenibilità è un tema centrale nelle strategie di molte aziende, tuttavia, crediamo che la vera sfida sia ancora aperta: passare da un approccio dichiarativo a un cambiamento profondo dei processi e delle filiere con sistemi di supply chain (catena di distribuzione, ndr) che possano creare davvero un legame tra profit e no profit».