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È diventato vescovo nel luogo che più lo rappresenta. Domenica 21 giugno, alle 16, monsignor Renzo Pegoraro — presidente della Pontificia Accademia per la Vita, padovano, 67 anni — ha ricevuto l’ordinazione episcopale nel Santuario di Santa Maria Madre della Provvidenza, nel cuore dell’OPSA, l’Opera della Provvidenza di Sant’Antonio a Sarmeola di Rubano. A presiedere la celebrazione, davanti a una chiesa gremita e ai 600 ospiti della casa collegati dai loro nuclei, il cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato, con i vescovi di Padova Claudio Cipolla e Vincenzo Paglia.
Nel saluto iniziale, il vescovo di Padova Claudio Cipolla si era rivolto proprio agli ospiti della casa, chiedendo loro di vivere «questa nostra invasione come segno di attenzione, di cura e di affetto nei loro confronti», e aveva ricordato che Pegoraro «è stato chiamato dal Santo Padre per contribuire al servizio della Chiesa Universale».
La scelta dell’OPSA è stata il cuore della giornata, e l’ha colta il cardinale Parolin nell’omelia: l’ordinazione, ha detto, è «una coincidenza non semplicemente provvidenziale». Questa «grande casa», che «accoglie diverse forme di fragilità umana», diventa il segno di ciò che la PAV custodisce nella ricerca: «la promozione della vita, che la Pontificia Accademia garantisce a livello di ricerca e di produzione scientifica, qui si concretizza nell’accompagnamento e nell’assistenza che l’OPSA offre ai suoi ospiti». «Quasi due facce della medesima medaglia», ha aggiunto, perché «il tuo ministero episcopale muova simbolicamente i suoi primissimi passi proprio a partire da qui».
Sul filo del Vangelo del giorno, Parolin ha insistito sull’invito di Gesù a «non avere paura»: alla PAV, ha detto, è chiesto di «difendere la vita con tutta l’intelligenza e con tutta la parresia». Citando la prima enciclica di Leone XIV, «Magnifica Humanitas», ha richiamato la dottrina sociale come «dialogo, memoria e profezia», e ha consegnato al nuovo vescovo l’immagine evocata a Madrid: essere «un vescovo trovato sempre inginocchiato davanti a Dio, e davanti alle fragilità e ai bisogni della vita umana, con la gratuità dell’amore che si fa dono».
Poi i «sì» degli impegni, le litanie dei santi, l’imposizione delle mani e la consegna di Vangelo, anello, mitria e pastorale, accolti dall’applauso dell’assemblea.
Con il cardinale Parolin e i vescovi di Padova Cipolla e Paglia hanno concelebrato, tra gli altri, mons. Pierantonio Pavanello (Adria-Rovigo), mons. Giampaolo Dianin (Chioggia), mons. Giuliano Brugnotto (Vicenza), mons. Riccardo Battocchio (Vittorio Veneto) e mons. Giuseppe Alberti (Oppido Mamertina-Palmi); gli emeriti mons. Antonio Mattiazzo (Padova) e mons. Michele Pennisi (Monreale); mons. Fabio Dal Cin, arcivescovo prelato di Loreto e delegato pontificio per il Santuario della Santa Casa, e mons. Ivo Scapolo, già nunzio apostolico in Portogallo.
Al termine, visibilmente commosso, monsignor Pegoraro ha preso la parola: «Desidero solo dire grazie». Grazie al Signore per la chiamata «a servire come vescovo la Chiesa e le persone più fragili». Poi un pensiero ai genitori: il papà «è già in cielo», la mamma Maria, 94 anni, presente in chiesa — «ce l’ha fatta ad esserci» — accolta da un lungo applauso. Tra i ringraziamenti alle autorità, in particolare il presidente della Camera Lorenzo Fontana, la cui presenza è «un segno anche di quel dialogo e di quella collaborazione» richiamati poco prima dal cardinale. Un grazie lungo, dalla Fondazione Lanza ai compagni di ordinazione del 1989, dalle parrocchie dove ha prestato servizio fino all’OPSA, con l’invito a tutti all’«apericena» a seguire.
Proprio all’OPSA, ha confidato, «ho imparato cosa sia la provvidenza». E ha spiegato il motto scelto, «Ut vitam habeant»: «Che abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza». Un impegno, ha detto, per «la custodia della persona umana» di fronte alle nuove sfide della tecnologia, perché si possa — ha concluso, citando ancora Leone XIV — «testimoniare la bellezza di una magnifica humanitas abitata da Dio».