«Quando eravamo ragazzini abbiamo vissuto il periodo delle faide, c’era un clima di paura, c’era il coprifuoco, non si poteva uscire in strada e l’unico luogo dove potevamo ritrovare un po’ di normalità era la parrocchia, dove c’era un giovane prete che ci diceva che i protagonisti del territorio non potevano essere le mafie con i morti per strada e l’ndrangheta, ma dovevamo essere noi. Chiaramente queste erano parole forti. Tornavo a casa, lo raccontavo ai miei genitori e loro mi dicevano puntualmente “tu non ci ritorni più in parrocchia”».
Comincia da qui, da queste parole pronunciate da Domenico Fazzari, il racconto di come è nata la cooperativa Valle del Marro-Libera terra di cui è presidente. Don Pino De Masi, quel giovane parroco, oltre a spronare i ragazzi con le parole proponeva loro esperienze concrete, campi per incontrare gruppi fuori dal territorio. «Questo ci ha aiutato a capire – afferma Fazzari – che effettivamente quella vita non era una vita che meritavamo, ma meritavamo sicuramente di più. La nostra preoccupazione in quegli anni era di svegliarci la mattina e comprare i quotidiani locali per leggere chi era stato ucciso, quale negozio era stato fatto saltare in aria, quale auto bruciata. Noi giovani aspettavamo l’occasione, l’opportunità per diventare i protagonisti. Avevamo anche un motto “restare per cambiare e cambiare per restare”: cioè dovevamo rimanere in Calabria per provare a cambiare questa cultura diffusa, ma per poter restare bisognava innanzitutto cambiare noi stessi, cambiare il modo di pensare, il modo di fare, quindi rifiutare quei modi di dire con i quali eravamo cresciuti, come ad esempio “fatti i fatti tuoi che campi cent’anni”, oppure “ma chi te lo fa fare”. Li sentivamo in famiglia, perché i nostri genitori erano preoccupati che ci potesse succedere qualcosa».
La grande opportunità si è presentata con la legge 109 del 1996 e con l’associazione Libera. «Ci siamo resi conto che – continua il presidente – avevamo una legge, ma non era applicata. I beni qui sul territorio venivano confiscati, ma puntualmente erano abbandonati o continuavano a essere occupati dagli stessi mafiosi. La nostra è stata quindi una scelta obbligata: obbligata da tutte quelle cose che ci eravamo detti negli anni, dalla voglia di fare e di essere noi protagonisti, dalle esperienze che in parrocchia avevamo vissuto. Se avessimo detto di no, se non ci fossimo impegnati in quello che poi è diventato il nostro lavoro, avremmo perso il diritto di lamentarci. Così abbiamo potuto riscattare il bene più grande per un giovane di questi territori: la libertà di poter rimanere nelle proprie terre».
Nel 2004 nasce così ufficialmente la storia della Valle del Marro-Libera terra, cooperativa di tipo B – che fa cioè inserimenti lavorativi di persone svantaggiate – e opera sui terreni agricoli confiscati alla ‘ndrangheta nella Piana di Gioia Tauro. Oggi questa realtà può contare su circa 100 ettari di terreno con uliveti, agrumeti e peperoncino, ma ha anche una struttura a sei piani dove c’è un poliambulatorio sanitario, un centro giovanile, un laboratorio con sale di registrazione, uno spazio per arte ed esposizioni e un ostello, una foresteria per i gruppi che vengono in visita, oltre ad uno spazio per le “cene della legalità”. «I progetti nel tempo – aggiunge Fazzari – si sono sviluppati e moltiplicati. Abbiamo anche una associazione sportiva, Seles-Scuola etica e libera di educazione allo sport, perché siamo consapevoli che l’utilizzo del bene confiscato non è sufficiente, ma bisogna anche fare educazione alla legalità, partendo già dai bambini di cinque anni e insegnando loro il rispetto delle regole, dell’altro, dell’arbitro, del bene in cui si gioca. Non da ultimo anche noi aderiamo alla campagna di Libera “Diamo linfa al bene”, una raccolta firme per destinare il 2 per cento del Fondo unico giustizia per far crescere i beni confiscati alle mafie, trasformandoli in spazi di comunità, lavoro e futuro».
«Cambiare le cose è difficile – conclude il presidente – ma far conoscere la nostra storia, condividerla con i gruppi che vengono a trovarci, significa non sentirsi soli e significa anche far vedere a chi viene cos’è la Calabria, non solo una terra che spara, ma una terra che spera. Venite a sporcarvi le scarpe di questa terra perché solo così potete capire, conoscere e poi portare queste esperienze nei vostri territori».