Idee
Ottobre 1943. È ancora buio. Lea non sa come sia arrivata davanti a quel portone, ma sa che deve trovare il coraggio e la forza di bussare. È la sua unica possibilità.
Ad aprirle è una giovane suora, il volto incorniciato dal velo nero. Lea entra e viene fatta accomodare in una stanza. Ha il fiato corto non tanto per la corsa, quando per la paura e la disperazione. Con la figlia Serena, Lea è in fuga. I nazisti, che qualche settimana prima avevano fatto una serie di rastrellamenti a Milano a caccia di ebrei, erano sulle loro tracce. Avevano ricevuto una soffiata ed erano arrivati fino a Verderio, in Brianza, dove tutta la famiglia Milla aveva trovato rifugio. È il 13 ottobre. Vengono arrestati Ugo, il marito di Lea, e suo fratello Ferruccio. Saranno deportati ad Auschwitz da dove non avrebbero più fatto ritorno. Lea, insieme alle sue tre sorelle Laura, Lina e Amelia, e con la piccola Serena, riescono a fuggire. Tornano a Milano, ma vengono scoperte. Le sorelle di Lea vengono arrestate e deportate ad Auschwitz. Lea e Serena erano riuscite ancora una volta a sfuggire ai loro aguzzini. Ed ora Lea era lì, in una stanza dell’allora casa di salute mentale per sole donne, in cerca di aiuto.
“La Madre Superiora di tale istituto – si legge nella testimonianza di Lea Milla, conservata negli archivi del CDEC (Centro di documentazione ebraica contemporanea) di Milano – dopo aver ascoltato il mio racconto allucinato, con le lacrime che le scorrevano abbondantemente dagli occhi, ha aperto le braccia dicendo: Vada a prendere la sua bambina e la porti qui”. Poco tempo dopo Lea e Serena vengono raggiunte dalla nonna Nelli Coen Gialli, e rimangono nascoste in quella che oggi è la Clinica Zucchi di Carate Brianza, fino alla Liberazione. “Non posso dire quello che quella donna sublime ha fatto per noi, sempre col sorriso sulle labbra, sempre pronta a dirmi parole di speranza – si legge nella testimonianza di Lea –. Ogni giorno ha trovato il modo di farmi sentire che ci era vicina e che vigilava su di noi”.
La donna che ha offerto loro protezione e salvezza, si chiamava Rita Gazzola. Ma all’istituto tutti la conoscevano come sr. Luigia, nome che aveva scelto quando aveva preso i voti. Nata il 5 marzo 1900 ad Altivole, nel trevigiano, a vent’anni era entrata nell’ordine delle suore di Maria Bambina e dieci anni più tardi era stata assegnata come superiora nella casa di salute mentale per sole donne di Carate Brianza.
Giovedì scorso, 5 marzo, in quell’istituto dove con eroico e umile coraggio aveva offerto protezione a Lea e a Serena, sr. Luigia Gazzola è stata eletta “Giusta tra le Nazioni”. A ricevere la medaglia e il certificato d’onore del memoriale della Shoah Yad Vashem, è stato il nipote di sr. Luigia, Mario Gazzola, oggi novantenne. E a ricordare quello che sr. Luigia aveva fatto per lei e per la sua mamma, è stata Serena, che oggi di anni ne ha 92. “Non ricordo bene come siamo scappate – racconta Serena – perché avevo solo dieci anni. Forse con l’aiuto di un amico o di un parente. Ero piccola, capivo poco di quello che stava accadendo. Poi abbiamo trovato sr. Luigia, che per noi è stato molto più di una suora. Oggi è entrata nell’albo dei Giusti, e lo merita pienamente, perché non ha salvato soltanto noi tre, ma tante, tantissime persone. Eravamo nascoste vicino al reparto dei malati di mente, perché i tedeschi non si spingevano fin là. Quando arrivavano, sr. Luigia faceva nascondere noi più piccoli sotto il divano. Ma ad aiutarci non c’era solo lei. Anche le altre suore, il sacerdote e chi lavorava nella clinica ci ha protette”. Serena ricorda che appena arrivata all’istituto aveva stretto amicizia con altre bambine. “Avevo portato con me una bambola e altri giochi. Sapevo che erano giorni tristi per noi. Sono stata battezzata. Oggi mi sento in comunione con Dio. Diventata più grande ho realizzato che i tedeschi mi hanno portato via la mia famiglia. Mi hanno tolto tutto. Quando arrivava una qualche ispezione, sr. Luigia lanciava l’allarme. Noi bambine ci nascondevamo sotto i letti dei pazienti. Per la mia mamma e per altre ricercate erano pronte cartelle cliniche fasulle con diagnosi di malattie pericolose”. Serena racconta di come nessun nazista avesse il coraggio di avvicinarsi nella stanza delle pazienti affette da gravi patologie psichiche, le furiose che venivano chiamate “agitate”. E in quella stanza c’era una giovane paziente che aveva capito tutto e che ogni qual volta vedeva arrivare la piccola Serena, la prendeva per mano e la faceva nascondere sotto il suo letto.
“Zia Luigia – racconta oggi il nipote Mario Gazzola – ha mantenuto sempre un atteggiamento riservato. Come se quello che faceva fosse il semplice adempimento di un dovere quotidiano”. Sr. Luigia non aveva mai parlato di quello che aveva fatto quando era all’istituto di Carate Brianza. Ne aveva accennato solo al nipote, nel loro ultimo incontro, il 20 febbraio 1983. “Mi confidò – ricorda – che era in atto un riconoscimento per la sua attività a favore di alcune persone di origine ebraica che aveva accolto e salvato a Carate Brianza, su richiesta di mons. Castelli, collaboratore del card. Ildefonso Schuster, all’epoca arcivescovo di Milano”. Stava attendendo notizie più precise, sr. Luigia, ma non fece in tempo a riceverle. Gravemente malata, si spense pochi giorni dopo. “Ora il suo nome è inserito nel giardino dei Giusti di Gerusalemme e oggi ricordiamo una pagina di eroismo e solidarietà, una storia che unisce carità cristiana e alto senso civico, un esempio concreto di coraggio silenzioso e responsabilità verso il prossimo”. Una testimonianza, quella di sr. Luigia, che in questi giorni è stata raccontata su diverse pagine Fb e che continuerà ad essere viva e presente alla Clinica Zucchi, dove, in memoria della suora originaria di Altivole, è stato piantato un albero d’ulivo.
Di alberi d’ulivo, così come di alberi, non ce ne sono tanti ad Attat, centro rurale etiope che si trova a circa 200 chilometri a sud-ovest dalla capitale Addis Abeba, dove dal 1997 opera Rita Schiffer.
Nata a Sonsbeck – comune di poco meno di novemila abitanti della Renania Settentrionale-Vestfalia, in Germania – Rita è la maggiore di sette fratelli. Terminata la scuola dell’obbligo ha iniziato a studiare medicina e a 21 anni è entrata nell’ordine delle Suore missionarie mediche di Essen. Ha lavorato come responsabile del noviziato del suo ordine, completato una specializzazione in ginecologia e, dopo una missione in Ghana, nel 1997 è arrivata in Etiopia, “Paese – racconta – in cui alle persone manca spesso il necessario e molti sono quelli che lottano ogni giorno per la sopravvivenza”.
Oggi Rita Schiffer è responsabile della ginecologia chirurgica e delle cure chirurgiche d’urgenza in una delle regioni più povere dell’Etiopia, in un’area in cui l’assistenza medica è spesso fondamentale per la sopravvivenza. A raccontare la storia di Rita Schiffer è l’associazione Medici dell’Alto Adige per il Terzo Mondo, che sulla sua pagina Fb propone un’intervista in occasione della giornata internazionale della donna. “La sua storia – scrivono i responsabili dell’associazione altoatesina che collabora da anni con Rita Schiffer – dimostra come una singola persona possa cambiare in modo duraturo la vita di molte persone”.
“Non è stata un’esperienza momentanea a plasmare la mia vocazione – racconta Schiffer – ma piuttosto lo sgomento e la frustrazione per l’ingiustizia nel nostro mondo. Desidero contraddire questo stato di cose con la mia vita e dare il mio piccolo contributo”.
Rita Schiffer opera in una regione in cui ancora oggi mettere al mondo un bambino significa correre il pericolo – a volte – di perdere la propria di vita. “La sfida più grande è stata il dover accettare che alcuni approcci terapeutici possibili in Europa non siano realizzabili qui”. All’ospedale di Attat le donne arrivano per partorire, affrontando anche estenuanti viaggi a piedi. Sotto il sole e in mezzo a mille difficoltà. Oltre agli ambulatori e ai reparti di ginecologia e ostetricia, all’interno dell’ospedale Schiffer ha promosso la realizzazione della “Casa di attesa maternità”, dove accogliere le donne che stanno affrontando gravidanze a rischio.
“La maggior parte delle persone qui – sottolinea Schiffer – affronta gli alti e bassi della vita con tenacia, fiducia in Dio loro creatore, gratitudine e nelle relazioni con gli altri. Nulla nella vita è scontato. La felicità è costruire attivamente la propria vita con e per gli altri nel presente”.
Schiffer racconta che a spingerla ad andare in Etiopia e di mettere la sua vita al servizio dei più poveri è stata “la consapevolezza di quanto io sia ricca e fortunata per essere nata in Europa. Voglio mettere questo privilegio al servizio degli altri, voglio sfruttarlo”.
È trascorso quasi un secolo, ma nelle parole di Rita Schiffer sembra di sentire riecheggiare quelle di Rita Gazzola. “Mia zia sr. Luigia – ricorda Mario Gazzola – mi diceva sempre di mettere le mie possibilità al servizio di chi aveva bisogno: un insegnamento che porto con me ancora oggi”.