Fatti
La partita di sabato scorso all’Euganeo contro il Palermo ha lasciato strascichi evidenti a partire subito dal post partita con la decisione della società di viale Nereo Rocco di indire un silenzio stampa che a sua volta è valso più di mille parole, con mister Andreoletti convocato in ufficio dal direttore sportivo Massimiliano Mirabelli, subito dopo la fine del match, per un colloquio appena durato cinque minuti: tempo che non lasciava spazio ad interpretazioni se non quella della società di dare uno scossone all’ambiente. A confermare la volontà della società di cambiare il tecnico bergamasco ci aveva pensato lo stesso mister a presentarsi ai cancelli del passo carraio quando gli ultras avevano iniziato con cori a manifestare la loro solidarietà al mister e allo stesso tempo ad avere nel mirino il direttore sportivo. “Mi sono innamorato dell’amore che avete per questa squadra – aveva detto Andreoletti – Me ne vado a testa alta perché penso di aver fatto errori ma di avere provato con tutte le mie forze, io e il mio staff, prima a vincere il campionato l’anno scorso e poi a ottenere la salvezza. Me ne vado che oggi la squadra è salva e questo per me, per noi, è motivo d’orgoglio. So che continuerete a sostenete la squadra. Fatelo sempre perché se iniziate anche voi, cosa che non avete mai fatto in un anno e mezzo, a rompere le scatole a questi ragazzi e al nuovo staff rischiamo di compromettere tutto quello che abbiamo costruito in un anno e mezzo. Io non ci sarò più e non mi prederò più i vostri applausi. I ragazzi lasciano in campo tutto quello che hanno: si meritano il vostro sostegno”. Queste le parole del mister, fresco d’esonero poi confermato con il comunicato ufficiale da parte della società solo in serata, agli ultras.
Già dopo l’annuncio del cambio in panchina sono iniziati a circolare i primi nomi: Maran, Gotti, Andreazzoli e Pagliuca, con quest’ultimo che nella giornata di domenica sembrava il candidato principale a raccogliere l’eredità del tecnico bergamasco. Pagliuca, tuttavia, è legato da un contratto fino a giugno 2027 con l’Empoli e non ha trovato un accordo con la società biancoscudata, convincendo il club a virare su altri profili. Il nome individuato nella mattinata di lunedì è quello di Roberto Breda: trevigiano, classe 1969, con oltre 300 panchine in Serie B alle spalle maturate guidando squadre come Ascoli, Pescara, Livorno, Perugia, Virtus Entella, Ternana, Latina, Reggina e Salernitana. In serata arriva il comunicato ufficiale che sancisce la nomina del nuovo tecnico: «Il Calcio Padova comunica che da oggi Roberto Breda è il nuovo allenatore della prima squadra. Mister Breda ha sottoscritto un contratto che lo legherà al Calcio Padova fino al 30 giugno 2026 con opzione».
Mezzogiorno di svolta all’ombra dell’Euganeo. La sala stampa dello stadio di viale Nereo Rocco si trasforma nel crocevia della stagione biancoscudata, tenendo a battesimo la presentazione di Roberto Breda come nuovo timoniere del Calcio Padova. Un avvicendamento delicato, che ha visto i vertici societari – il presidente Francesco Peghin e il direttore sportivo Massimiliano Mirabelli, con anche presente l’amministratrice delegata Alessandra Bianchi in prima fila – serrare i ranghi attorno al nuovo tecnico e lanciare un chiaro messaggio all’ambiente.
A dettare la linea è il presidente Francesco Peghin, che nel dare il benvenuto al nuovo allenatore fissa subito l’orizzonte emotivo e agonistico della squadra: «Oggi è la giornata dedicata alla presentazione del nuovo mister, a cui do il benvenuto ufficialmente davanti a voi. E soprattutto un in bocca al lupo per le sei sfide che ci attendono nel mese, mese e mezzo a venire, che sono praticamente sei finali da giocare col coltello tra i denti». Non manca un passaggio umano e doveroso, prima di addentrarsi nelle questioni tecniche. Un congedo sentito per chi ha guidato la squadra fino a ieri: «Voglio portare un ringraziamento personale, di cuore e della società per il mister Matteo Andreoletti e per il suo staff. Li ringrazio per l’instancabile impegno e professionalità che hanno messo a favore del Padova e per le indimenticabili emozioni che loro e la squadra ci hanno fatto vivere nella scorsa stagione».
Peghin ci tiene poi a ribadire la precisa filosofia aziendale del club, basata sulla delega e sulla responsabilità: «Il modo in cui questa proprietà si rapporta alla gestione della squadra non è quello di interferire o scendere in campo direttamente sulla gestione tecnica. Si scelgono le persone competenti per gestire la parte sportiva. Se ci sono situazioni che richiedono decisioni importanti, si chiede alla parte competente di presentare delle proposte e di assumersene le responsabilità». E proprio l’assunzione di questa responsabilità ha portato allo strappo decisivo: «L’andamento negativo dei risultati del girone di ritorno ha fatto sì che si decidesse di approvare come proprietà la proposta di avvicendamento del mister Andreoletti. E credetemi che questa è stata una cosa molto dolorosa per tutti noi». Il presidente chiude però con una nota di fiducia, affidandosi a un aneddoto rivelatore: «Ho ricordato alla squadra un episodio dell’anno scorso, quando dopo la famosa partita con l’Atalanta telefonai al capitano di allora, Niko Kirwan: “Cosa succede ragazzi?”. E lui mi disse: “Pres, non ti preoccupare, ce la faremo”. Questo stesso spirito l’ho visto ieri negli occhi dei ragazzi».
A prendere la parola è poi il direttore sportivo Massimiliano Mirabelli, per il quale la separazione da Andreoletti assume i contorni di un profondo dispiacere professionale e umano: «Per me è stata una sfida quasi impossibile da fare quasi due anni fa, lo ritengo un figlio calcisticamente e quindi il problema che siamo dovuti arrivare a questa conclusione è ancor più amara per me». Il diesse ricorre a un’immagine cruda ed estremamente pragmatica per spiegare l’esonero: «È come quando accendiamo quel computer e la rotellina inizia a girare: in questo caso è successo, dovevamo staccare e riavviare la spina per far ripartire il tutto. Noi abbiamo la responsabilità, se vediamo un ingranaggio impallato per diversi motivi, di fare qualcosa in modo tale da poter raggiungere quello che è il nostro obiettivo».
Mirabelli si erge quindi a scudo della squadra, invocando compattezza: «Siamo un soggetto ancora ferito, non morto, quindi non è tempo di fare funerali a nessuno. Tutto rimane nelle nostre mani e bisogna trovare più compattezza possibile». E, sfidando la piazza, si carica sulle spalle il peso dell’intero progetto tecnico: «Qualora non si dovesse raggiungere l’obiettivo, le responsabilità sono solo ed esclusivamente mie. Quindi se qualcuno piglia di bersaglio il sottoscritto, lasciamo in pace a lavorare la squadra e il nuovo mister». L’identikit di Breda, in questo senso, risponde a una necessità tattica e psicologica precisa: «Avevamo necessità di trovare un allenatore che conoscesse la categoria, che conoscesse la nostra squadra — il mister ne ha allenati cinque dei nostri — e un allenatore bravo a subentrare. Il saper subentrare è una cosa importante». Prima di passare il microfono, un’ultima rivendicazione di prospettiva sulle ambizioni del club: «Di sicuro, questa nuova proprietà regalerà delle cose importanti per i prossimi trent’anni, cosa che sarà invidiata da tutta Italia. C’è un progetto sano e serio».
Infine, i riflettori si spostano su di lui, Roberto Breda. Il tecnico trevigiano, classe 1969, affronta la platea con la consapevolezza del navigatore esperto: «Padova è una squadra che ha dei margini di miglioramento veramente importanti. Quando mi è stata prospettata questa opportunità, ho avuto subito delle ottime sensazioni perché la categoria la conosco abbastanza bene». Avendo studiato il Padova dall’esterno, ne riconosce il valore ereditato: «Quando sei fuori hai la capacità di fare un’analisi obiettiva e pura da altri condizionamenti. Il Padova di Andreoletti dell’anno scorso secondo me era una squadra da vedere, da ammirare e da rispettare: è stato fatto un lavoro veramente importante».

Il quadro clinico attuale, tuttavia, richiede interventi mirati e tempestivi: «È una situazione delicata, perché dall’Empoli a scendere sono tutte ancora coinvolte, fino al Pescara. Però allo stesso tempo son tutte squadre che hanno delle opportunità, ma anche dei problemi. Sta a me, al mio staff e soprattutto ai ragazzi togliere la confusione, lavorare su cose concrete, su principi, su idee». La parola d’ordine è tolleranza zero verso le scuse: «No alibi, no capri espiatori. Si lavora, si spinge e si riparte». Sul versante tattico, il pragmatismo guida ogni scelta: «Ci sono allenatori come Maurizio Sarri con un modulo ben definito e chi è più adattabile. Adattabile non vuol dire che va bene tutto, ma avendo come grande nemico il tempo devo trovare una proposta che sia la più veloce e decodificata, rispettando le caratteristiche principali del gruppo. Ho giocato a tre, ho giocato a quattro». Il suo approccio con lo spogliatoio sarà diretto, senza inutili teatralità ma con rigore assoluto: «Non mi piacevano da giocatore gli allenatori che gridavano e basta. Son professionisti, ci tengono. Però se c’è da far capire che non sono d’accordo, si fa capire in maniera molto decisa. Mi dà molto più fastidio se dobbiamo fare una cosa e non la fai: quello è un errore di concetto che non accetto».
A dimostrazione della sua fame sportiva, Breda liquida con una battuta eloquente la questione contrattuale: «Fino a fine anno, le opzioni di rinnovo vanno meritate: in sei partite devo dimostrare, non fare chiacchiere». E sul suo collaudato staff (vice e preparatore atletico), sottolinea l’importanza dell’affiatamento: «Io mi porto sempre dietro due collaboratori: il mio secondo e il preparatore; loro sono sempre con me e conoscono la dinamica del subentro. Allo stesso tempo, mi piace avere una componente che sia già parte della società, perché ci aiutano grazie alla loro conoscenza dell’ambiente e dei giocatori. In Serie B i professionisti sono sempre tutti importanti, sia dal punto di vista tecnico, sia da quello umano, e dunque è più facile collaborare con chi già c’è, ovviamente sulla mia linea di allenamenti». I primi segnali dal campo, intanto, lasciano ben sperare: «C’è la voglia di rivalsa, la voglia di togliere confusione, di mettere dei principi, di creare un linguaggio comune. La disponibilità è stata massima».
Inevitabile, nel mosaico biancoscudato, aprire un capitolo sull’osservato speciale: il “Papu” Gomez. Tornato a disposizione dopo il lungo calvario alla caviglia, l’argentino rappresenta la vera incognita – e la potenziale marcia in più – di questo finale di stagione. Breda lo aspetta, ma fissa dei paletti precisi: «Come tutti, si è messo a disposizione subito. È campione del mondo, ricordiamolo. In un giocatore ci sono tre cose: qualità, gamba e personalità. Viene da un periodo molto duro, ma vuole dare una mano. Devo capire quanto possa dare alla squadra in termini di gamba: lo guardo con la massima attenzione. Da quando sono arrivato, ho nella mia testa il fatto di essere aperto a tutti. La gamba è fondamentale, non che debba correre come un ventenne, ma per giocare e divertirsi deve stare bene».
Il tecnico chiude poi con un imperativo categorico che fungerà da bussola da qui a fine campionato: «Sono sei finali. Il mio modus operandi mi piace pensarne una alla volta e ottenere il massimo da ogni gara. Fare tabelline adesso ti distoglie da quella cosa principale che è la prossima partita, che deve essere affrontata al massimo». La rincorsa alla salvezza del Padova di Breda è ufficialmente partita.