Storie
Chissà quante volte abbiamo letto e riletto nei testi scolastici le modalità di costruzioni delle antiche cattedrali medioevali. Da turisti poi, siamo ammaliati da archi rampanti, cuspidi, vetrate delle grandi chiese d’Europa. Così i nostri desideri ci stimolano a visitare una o l’altra cattedrale, al punto che la stessa IA-Intelligenza artificiale si mostra in difficoltà nel fornire il numero esatto di quante siano. Diverso è se si cerca in internet l’espressione “cattedrale in costruzione”, con un’unica risposta: “Sagrada Familia di Barcellona”. È l’opera religiosa non ultimata più colossale del mondo, che a cento anni dalla scomparsa dell’architetto Antoni Gaudì (in odore di santità…) – che nel 1882 ne assunse la direzione, un anno dopo la posa della prima pietra – a oggi resta un cantiere aperto con la facciata principale “della Gloria”, ancora da iniziare, ma che nel complesso appare già come un “miracolo” di fede, materiali e architettura.
Chi scrive è sufficientemente adulto per aver visto la Sagrada familia nel 1980, quando erano appena state innalzate le prime due torri. Il ritorno, poi, nel 2000 con le due facciate ultimate con i quattro campanili eretti. L’ho rivista appena un mese fa, con la nuova torre centrale di Gesù Cristo, che con i suoi 172,5 metri d’altezza rende la Sagrada Familia l’edificio religioso più alto del mondo. Questa torre verrà inaugurata il 10 giugno da papa Leone XIV, durante il suo viaggio apostolico in Spagna, con una solenne cerimonia che renderà il mondo testimone di un evento storico, che ci accomuna ai nostri avi medievali del “tempo delle cattedrali”, per dirla alla Riccardo Cocciante.
La Sagrada Familia è per sua natura un luogo imperdibile per chi visita Barcellona. Ma se la città è cosmopolita e giovane, con tante attrazioni artistiche, architettoniche, sportive e portuali, la Sagrada – che nonostante la sua mole non è la cattedrale della città – è sicuramente un luogo dell’anima, che vedi, vivi e non scorderai più. Lì, dove lo spirito di un architetto visionario come Gaudì, è ancora vivo, nonostante le reinterpretazioni di coloro che stanno proseguendo fino ai nostri giorni la sua edificazione. Un cantiere mai chiuso, che dagli anni Novanta, grazie alle offerte dei fedeli, ha preso un impulso che ora porta a pensare a una possibile e futura conclusione. Uno spazio dove si viene fagocitati dall’universo di Gaudì. Dove ci si perde con il pensiero, dominati dall’imponenza delle forme che, nonostante questo, per diritto canonico la vogliono come una “basilica inferiore”, consacrata da Benedetto XVI nel 2010.





Visitarla è un’esperienza ontologica e spirituale. Il primo impatto è scioccante per chiunque, dopo che si esce dalla metro alla fermata “Sagrada Familia”, che qui scende di decine di metri nelle viscere della terra, che ti porta fino alla base della colossale chiesa. Si esce seguendo la luce, per trovarsi dinnanzi alla magnificenza di una “montagna” di arenaria del Montjuic, come degli altri cinquanta tipi di pietre differenti provenienti da tutto il mondo, selezionati dallo stesso Antoni Gaudì per resistenza strutturale e ragioni simboliche e cromatiche. Usciti dalle tenebre del sottosuolo, si entra simbolicamente nella luce del cielo. Un messaggio architettonico che è speranza per i nostri tempi.
Gli occhi corrono subito sui particolari. La visione d’insieme annebbia la mente, fino a portarti in quel crogiolo di simboli antichi e moderni che spuntano da ogni dove. La Sagrada come trionfo del simbolismo universale, così come lo furono le cattedrali di un tempo. Un’incontenibile ostentazione di quella gloria della fede in Cristo, che in nessun’altra parte del mondo moderno raggiunge vertici di semiotica tanto elevati.
Che ci si senta credenti o meno, la Sagrada è un’esperienza spirituale che non ha paragoni. Ciò che la ragione tenta di imporre, qui si dissolve e si fonde nelle forme. Basta ammirare la prima delle due facciate dedicata alla Natività, opera eseguita dalle mani stesse di Gaudì, che ha eseguito molte delle sculture presenti, da cui oggi si accede alla navata centrale. E ancora: alberi che si trasformano in colonne. Geometrie naturali come quelle delle api o conchiglie che formano cuspidi. Architettura naturale emulata da quella artificiale. C’è tutto il “peccato” umano del voler copiare e superare la natura stessa, nella monumentale sacralità della Sagrada Familia.
La “pietra d’inciampo” è il biglietto d’ingresso che arriva a 40 euro e che alimenta da anni l’infinita polemica sui ticket d’accesso alle chiese monumentali; operazione che però finanzia lo sviluppo della “fabbrica”, com’è per la Sagrada.
L’interno a tre navate è uno scrigno di luce tra le colonne. Lame luminose che in filigrana emanano policromi colori dalle gigantesche vetrate, che variano a seconda delle ore solari, che creano un effetto scenografico unico. Vetrate pressoché nuove, visto che sono state ultimate nel 2017 per mano dell’artista catalano Joan Vila-Grau, che per due lustri ha lavorato nel tentativo d’interpretare ciò che Gaudì ha lasciato nei suoi progetti e schizzi, andati però persi durante la Guerra di Spagna; sono stati in seguito ricostruiti grazie alle fotografie scattate in quegli anni. Luci che s’infrangono sui marmi traslucidi della pavimentazione, riflettendosi come bagliori sull’intera volta, e nude pareti, non a caso scevre di pitture. Poi l’ascesi, che grazie a un ascensore (già pensato allora) ti porta fino alle torri dei quattro evangelisti.
Tutt’intorno i tetti della città di Barcellona che degrada fino al mare, mentre dalla pietra spuntano fiori, frutta, animali e scritte da leggere come un abbecedario teologico. Nulla è a caso. Tutto risponde a una logica morale che si deve leggere e scoprire. «Fatto per la Gloria di Dio», come disse Antoni Gaudì, che qui riposa nella cripta. Le ciclopiche torri offrono il senso dello stupore medievale. Ma se tutto è già grande, immensa è l’ultima torre dedicata a Gesù Cristo, capace di sminuire tutto il resto.
È la torre che papa Leone andrà a inaugurare il 10 giugno, salendo fino alla croce a forma di strobilo di cipresso; una volta pronta, nel 2027, sarà in grado di accogliere una decina di persone. Una salita e discesa dal sapore iniziatico, che rafforza la consapevolezza delle capacità umane.
La Sagrada Familia resta per questo un’impagabile esperienza dentro e fuori il possibile per l’impossibile.
Una sfida tra materia e spirito. Estasi e spregiudicatezza, in cui l’uomo arriva al Divino, attraverso un linguaggio di linee e forme, come poca altra architettura moderna è stata capace di fare. Come solo un architetto di Dio, com’è stato Antoni Gaudì, può fare.
Foresta. Selva di luce. Alberi di pietra. Volte a crociera come groviglio di rami. Ispirazioni naturali che diventano modelli divini. L’intricato e criptico linguaggio artistico di Antoni Gaudì, resta una esaltazione del mistero. Di quel “Mistero divino” che il grande genio continua a proporre come esperienza al visitatore-fedele.
«Una lode a Dio fatta di pietra… che supera la scissione tra coscienza umana e coscienza cristiana» come ebbe da dire Benedetto XVI il 7 novembre del 2010, giorno della consacrazione.
Ci sarà anche l’inaugurazione della torre di Gesù Cristo della Sagrada Familia, mercoledì 10 giugno,
nel viaggio apostolico di papa Leone XIV in Spagna. Dal 6 al 12 sarà a Madrid, Barcellona, Montserrat,
Las Palmas de Gran Canaria e Santa Cruz de Tenerife.