Idee
«Il bene principale della nostra Repubblica». Questa è la definizione che il prof. Gino Gerosa, cardiochirurgo di fama mondiale e da un mese assessore alla sanità della Regione Veneto, ha dato del Sistema sanitario nazionale appena dopo la presentazione del volume Pensare la santità. Terapie per la sanità malata una decina di giorni fa, all’Opsa di Sarmeola di Rubano (vedi servizio a pagina 5 della Difesa del 18 gennaio 2026).
Parole scontate forse, ma fa assai bene sentirle da un luminare che ha accettato – e gliene va riconosciuto il coraggio – di “entrare nella stanza dei bottoni”. Se Gerosa ottenesse a palazzo Balbi anche solo un decimo dei successi che ha ottenuto nell’unità operativa dell’Azienda Ospedale Università di Padova intitolata a Vincenzo Gallucci del policlinico universitario di Padova, la nostra salute sarebbe in una botte di ferro. L’esempio più fulgido di quelle parole – ça va sans dire – è la carriera stessa di Gerosa. Lui, che ha compiuto 7 mila interventi, l’unico a completare con successo il trapianto di un cuore fermo da 20 minuti, ha potuto perfezionare la sua tecnica (migliorando quello del sudafricano Donald Ross, suo maestro a Londra) e rendere la massima eccellenza mondiale accessibile a tutti proprio grazie al Sistema sanitario universalistico.
Proprio così: abbiamo il meglio, ma ce ne stiamo rendendo conto solo ora che, un brandello alla volta, lo stiamo perdendo.
È quanto si avvince dalla ricerca condotta da Nomina per Unisalute, pubblicata martedì scorso, secondo la quale sempre più padovani si affidano alla sanità privata, più di uno su quattro nel 2025, perché il 75 per cento degli intervistati ritiene che i tempi d’attesa siano eccessivi e rendano la sanità pubblica insufficiente ai loro bisogni. Infatti, il 42 per cento di chi si è rivolto al pubblico ha atteso almeno tre mesi, chi si è rivolto al privato – in sei casi su dieci – ha ottenuto la prestazione in pochi giorni.
Gli ultimi dati a disposizione parlano di una spesa media annua da 400 euro a testa per ogni veneto per accedere alle cure private, il che significa nella realtà pochi euro per adolescenti e giovani e 7-800 euro per anziani e cronici in costante aumento nella nostra società. Cifre che non tutti possono pagare quindi non è raro incontrare chi, pur in un contesto di ricchezza diffusa, rinuncia alle cure.
La sanità, ha aggiunto Gerosa uscendo dall’Opsa, è lo strumento attraverso il quale abbiamo sempre garantito ai cittadini il diritto alla salute prescritto nell’articolo 32 della Costituzione. Uno strumento che tuttavia oggi appare inefficace: un bisturi spuntato si potrebbe dire, per rimanere al suo campo di lavoro, nonostante i 12,5 miliardi di euro investiti dalla nostra Regione, pari all’81 per cento del bilancio. La verità è che ora queste risorse non bastano, che la mancanza di personale sanitario è frutto, sì, di un’errata programmazione, ma anche dell’incapacità di offrire a medici e infermieri compensi in linea con gli altri Paesi avanzati e quindi di attrarre personale qualificato dall’estero. Il risultato? Reparti gestiti da cooperative, maxi gettoni ai liberi professionisti, organici ridotti che comportano condizioni lavorative non più accettabili anche per i medici di mezza età. Il rovesciamento della piramide sociale – con i pochi giovani (a lungo precari) impossibilitati a sostenere servizi e pensioni con i soli loro contributi – apre un’epoca di creatività necessaria, per una riorganizzazione obbligatoria dei servizi, pena la loro perdita.
Dobbiamo riconoscerlo: se, da un lato, negli ultimi dieci anni – complice anche la pandemia – abbiamo visto peggiorare con i nostri occhi la situazione, in verità viviamo in una delle tre Regioni italiane (le altre due sono Marche e Umbria) in cui, secondo la Corte dei Conti, negli ultimi otto anni si sono raggiunti i migliori standard per equilibrio di bilancio, erogazione dei livelli essenziali di assistenza (Lea) e qualità dei servizi.
È proprio a partire da questa situazione, in cui è ancora possibile manovrare, che è necessario intervenire senza ulteriori perdite di tempo.