Idee
Scuola. All’educazione serve un villaggio
La cura delle relazioni è fondamentale per costruire una comunità scolastica vitale e consapevole dell’interdipendenza dei suoi membri
IdeeLa cura delle relazioni è fondamentale per costruire una comunità scolastica vitale e consapevole dell’interdipendenza dei suoi membri
Nella lettera preparatoria alla giornata del 14 maggio 2020 dal titolo Ricostruire il patto educativo globale, papa Francesco insisteva sulla necessità di investire i talenti di tutti, perché ogni cambiamento ha bisogno di un cammino educativo per far maturare una nuova solidarietà universale e una società più accogliente. E proseguiva dicendo che «mai come ora, c’è bisogno di unire gli sforzi in un’ampia alleanza educativa per formare persone mature, capaci di superare frammentazioni e contrapposizioni e ricostruire il tessuto di relazioni per un’umanità più fraterna». Ipotizzava la necessità di costruire un «villaggio dell’educazione» dove, nella diversità, si condivida l’impegno di generare una rete di relazioni umane e aperte. Un proverbio africano dice che «per educare un bambino serve un intero villaggio. Ma dobbiamo costruirlo, questo villaggio, come condizione per educare. In un simile villaggio è più facile trovare la convergenza globale per un’educazione che sappia farsi portatrice di un’alleanza tra tutte le componenti della persona». Tuttavia, a ben vedere, la comunità che educa rischia di rimanere solo una ripetitiva dotta citazione. Rischia di essere utopia se non viene esercitata assieme da tutti coloro che operano nel campo della formazione della persona. Spesso chi frequenta la scuola non ha stima della scuola stessa e non se ne hanno chiari gli obiettivi. I documenti scolastici sono ricchi di teorie che non sempre sono applicate nella pratica didattica; inoltre vengono esposti alla libera consultazione di tutti gli attori del processo educativo, senza che gli attori se ne sentano autori. La scuola/ azienda rischia di far passare in secondo piano altre urgenze, quali l’accoglienza, l’inclusione di ogni diversità, l’abbandono scolastico o l’orientamento alla vita. Quindi sarebbe opportuno un deciso cambiamento di rotta. Ma, tenendo conto delle fatiche educative degli adulti, delle fragilità crescenti degli studenti e della complessità del contesto, cosa può significare nelle prassi quotidiane pensare e agire la scuola come comunità? Da dove ripartire? Quali direzioni possibili per cambiare sguardo, affettivo e progettuale, su ciò che accade nel “villaggio scolastico”? Raccogliamo alcune intuizioni, come prime piste per suscitare dialogo, confronto e, anche, speranza nel “possibile educativo” che ogni giorno si mostra tra aule e corridoi. Una prima direzione per acquisire uno sguardo differente, è chiedersi come e quando si è comunità; essere comunità richiede sentirsi parte di una qualche forma di “noi”, un noi impegnato assieme, dove ci sono spazi di dialogo rispettoso tra le identità personali. Se consideriamo la realtà complessa dell’educazione, dove l’esito è costitutivamente incerto e potrà essere misurato solo anni dopo l’evento educativo, uno dei fuochi è identificabile nell’essere una comunità che assieme apprende come si educa. Non rimane che imparare assieme, dalle esperienze e riflessività di ciascuno, in un dialogo costante di supporto reciproco. Un’altra immagine del sapere tradizionale africano è: «Il sapere è come un baobab. Una sola persona non può abbracciarlo». E come generare questo dialogo? Qui un’intuizione fertile ce la dà l’etica della cura. Curare che cosa però? La formazione, la didattica, le performance di apprendimento? Per una comunità scolastica che sia viva, dentro e oltre la dimensione istituzionale, uno spazio centrale sono le relazioni informali. La cura delle relazioni tra adulti con responsabilità educativa, può essere uno spazio fondamentale per riattivare quel senso di interdipendenza, così centrale per una comunità che apprende come educare.