Chiesa
La scuola e chi la dirige deve avere un punto fermo: la centralità degli studenti e il benessere di tutti coloro che ne sono parte attiva. È questo il principio emerso nel pomeriggio di martedì 20 ottobre durante l’incontro dal titolo “Il benessere organizzativo a scuola: creare un clima di lavoro positivo, motivare il personale e costruire la comunità scolastica”. L’iniziativa, promossa dalla Fondazione Girolamo Bortignon insieme all’ufficio per la Pastorale dell’educazione e della scuola, della cultura e dell’università della Diocesi patavina, si è tenuta nella biblioteca del Centro studi Filippo Franceschi a Padova. Numerosi i dirigenti scolastici presenti, insieme al vescovo Claudio Cipolla che ha aperto i lavori richiamando l’impegno della Chiesa nella dimensione educativa: «Non è una cosa in più ma è strettamente legata alla sua missione. In questo c’è il desiderio di contribuire alla crescita umana e cristiana dei giovani». Rivolto ai dirigenti ha sottolineato che «ci riconosciamo nel vostro servizio», e li ha invitati a vedere nel ruolo che ricoprono non soltanto la parte strettamente professionale «ma anche la dimensione “vocazionale” che si concretizza nel saper stare con i ragazzi per aiutarli a diventare grandi, uomini e donne. E sentire in questo impegno quasi un mandato ecclesiale». Un compito per il quale non esistono soluzioni facili, ha osservato il presule, ma che richiede soprattutto presenza: «Vorrei incoraggiarvi e incoraggiare la vostra presenza in mezzo ai giovani, dentro queste realtà educative».
Ha preso poi la parola il pedagogista Italo Fiorin. Ha esordito dicendo che gli capita di incontrare dirigenti scolatici di grande qualità e «c’è un tratto che li unifica tutti: parlando della loro scuola lo fanno con passione ed in particolare raccontano con affetto degli studenti». Focalizzandosi sul tema del seminario ha spiegato che è necessario uscire da un mero discorso organizzativo, di tipo aziendale ma «ricordarsi che la scuola è fatta di tante persone ed è la qualità delle relazioni tra queste il punto decisivo, che fa la differenza. É ciò che crea un benessere diffuso, per tutti coloro che sono parte del contesto scolastico». Un benessere che si riflette anche sugli studenti, in un rapporto di reciprocità: «Il suo è anche il mio, mi torna indietro».
Da qui la domanda posta dall’esperto: «Una buona scuola da dove si misura? Se è all’altezza del piccolo, diventando un luogo che “nutre”, considerando le esigenze di ognuno». Lo studente, dunque, deve essere al centro. Richiamando il documento “La scuola che sogniamo” pubblicato nel 2021 dall’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza, Fiorin ha riportato alcune voci dei ragazzi che chiedono una scuola capace di riconoscerli come persone anche nella valutazione: «Per gli insegnanti siamo solo voti». E ancora il desiderio di un’istituzione che «invece di tante interrogazioni ci mettesse di fronte a tanti interrogativi». Una prospettiva che richiede di ripensare la scuola valorizzando il «protagonismo dei ragazzi, che va sollecitato, riconosciuto». Il suo compito è insegnare a pensare, soprattutto nell’epoca dell’intelligenza artificiale, ma anche «ad apprendere, a fare ma anche a vivere e a convivere con gli altri». Senza dimenticare il legame con il territorio: «La scuola sta nella comunità e la comunità sta nella scuola». L’auspicio conclusivo di Fiorin è che diventi «lo specchio di una società migliore» e sappia essere «trasformativa».
La psicoterapeuta Katia Provantini ha spiegato che oggi parlare di benessere nella scuola con dei dirigenti «è un tema fondamentale», con molti giovani che l’abbandonano o rischiano di farlo. Per tanti c’è il rischio dell’isolamento, della chiusura; «è di quanto di più pericoloso ci possa essere in questo momento». Ha quindi ha parlato della crisi del mondo adulto che «perde la speranza» con ricadute sui ragazzi, segnati dalla sofferenza di «non sentirsi riconosciuti». Adulti che vivono spesso “l’adultescenza” nascondendo le fragilità che però sono parte dell’essere umano. Da qui la centralità di costruire «buone relazioni» e di dare spazio al dialogo, suscitando negli alunni domande tra cui «cosa posso fare per gli altri?» che attiva delle forze positive.