Chiesa
«Prima ancora di essere una forma di governo, la democrazia è la forma di un desiderio profondamente umano: quello di vivere insieme volentieri e non perché costretti. È sperimentare la comunità come il luogo della libertà in cui tutti sono rispettati, tutti sono custoditi, tutti sono protagonisti». Le parole del vescovo di Treviso, Michele Tomasi, delegato per la pastorale sociale del Triveneto, riassumono le ragioni di tanto impegno all’Opera della Provvidenza Sant’Antonio di Rubano. È qui, in un luogo che è icona della cura, che sabato 14 febbraio si sono dati appuntamento i delegati delle Diocesi del Nordest per la tappa di restituzione della 50ª Settimana sociale dei cattolici in Italia.
Ma cosa resta di quelle giornate di luglio 2024 a Trieste, dopo gli applausi al presidente Mattarella e a papa Francesco? Resta la necessità di curare una malattia. «Dobbiamo difendere la democrazia, curarla e far sì che questo “cuore infartuato”, che purtroppo in questi due anni abbiamo visto a livello mondiale, possa guarire – ha spiegato Sebastiano Nerozzi, segretario del comitato scientifico delle Settimane sociali – Abbiamo cercato di far sì che l’esperienza di Trieste non fosse solo un evento, ma un processo. Certo, qualcuno ci chiedeva: “Ma le conclusioni arriveranno?”. C’è voluto un po’, ma il frutto è arrivato».
E il frutto ha un nome preciso, emerso dal lavoro di oltre mille delegati nei laboratori: il bisogno di comunità. «Dalle raccomandazioni emerge con forza un’indicazione: passare dall’io al noi inclusivo – ha sottolineato Nerozzi, leggendo i dati – È un segno dei tempi: il primo bisogno che percepiamo è di far parte di un’identità che non è solo personale. Ma attenzione: tanti giovani oggi passano dall’io a un “noi esclusivo”, una gabbia ideologica dove c’è un confine netto tra chi sta dentro e chi sta fuori. La nostra sfida, invece, è creare quelle che chiamiamo “oasi del noi”: spazi dove la persona passa dalla sfiducia all’esperienza di comunità».
Non è teoria per addetti ai lavori, ma carne viva. E non è tutto rose e fiori. Rispondendo alle domande dei gruppi di lavoro – dove laici, sacerdoti e vescovi (presente anche mons. Giuliano Brugnotto di Vicenza) si sono mescolati – Nerozzi non ha usato mezzi termini sulla realtà della partecipazione:
«Partecipare fa fatica. Mi devo alzare, devo uscire di casa, devo mettermi d’accordo con persone che hanno un carattere diverso dal mio. C’è anche una retorica della partecipazione da cui a Trieste abbiamo cercato di sfuggire. Ma l’alternativa è rimanere sul divano col telecomando in mano a dare le pagelle alla fine della domenica sportiva. I conflitti non vanno negati, vanno portati alla luce. L’unità è superiore al conflitto, ma questo richiede di accettare che la nostra posizione possa essere minoritaria senza per questo rompere i ponti».
Uno dei frutti concreti citati è la “Rete di Trieste”, nata spontaneamente, tra gli amministratori pubblici presenti alla Settimana sociale.
«Non nasce come un partito e non ha l’ambizione di diventarlo – ha chiarito Nerozzi – È un laboratorio in cui si sperimenta una modalità nuova di abitare la politica. C’è bisogno nella politica italiana di portare uno stile diverso. Portarli tutti a un tavolo e provare a vedere le cose da un’altra prospettiva è un’opera degna».
A chiudere i lavori, il mandato del vescovo Tomasi, che ha invitato a non avere paura del tempo presente, legando l’impegno civile alla missione stessa della Chiesa. «Siamo in un tempo grigio, dove tutti si richiudono in se stessi. Se sono forti per opprimere gli altri, se sono deboli per non farsi opprimere. Ma questa non è vita. La vita è trovarsi insieme. Non siamo degli analfabeti di democrazia, come non siamo degli analfabeti di Vangelo. Continuiamo a dirci che quando ci mettiamo in gioco facciamo cose belle».
Il vescovo Tomasi ha poi indicato la rotta per le Diocesi del Triveneto, citando il cammino sinodale:
«Che le Chiese locali si impegnino in percorsi formativi sulla dottrina sociale valorizzando quanto emerso nelle Settimane sociali. Non dobbiamo ricominciare tutto da capo! Sappiamo già dove andare. Non siamo qui per sostenere noi stessi o mantenerci in vita come organizzazione, ma per essere sacramento di unità. La partecipazione non è il rimedio per la crisi, è il compito della Repubblica. Andate leggeri verso una speranza che già ci attende».

E se Gesù avesse scelto i primi apostoli leggendo il loro curriculum? È la provocazione lanciata da fra Roberto Benvenuto nella meditazione iniziale all’Opsa. «Pietro, Giacomo e Giovanni erano soci, gestivano una cooperativa di pesca. Gesù ha valutato che avevano questo background: erano portatori di skills come capacità di collaborare e problem solving». La Chiesa, in fondo, è nata come una “cooperativa sui generis” dove le competenze umane vengono trasfigurate, non cancellate.
La partecipazione non è un concetto astratto, ha il profumo del caffè e la faccia dei ragazzi di paese. Nelle sale dell’Opsa sono state raccontate storie di “buone pratiche” che hanno lasciato il segno. Come quella di Maniago Libero (provincia di Pordenone), dove 188 cittadini si sono uniti per salvare l’anima del borgo. «La nostra cooperativa di comunità si è formata per rianimare il paese che aveva perso tutte le attività – ha raccontato Paola Bosetti – Siamo partiti convocando i cittadini. Il primo risultato? Riaprire un
bar storico. Il nostro slogan è: un paese dentro il bar».
O come a Mareno di Piave (Treviso), dove la Consulta dei giovani non si è limitata a chiedere, ma ha fatto. «Abbiamo creato da zero un festival musicale per dare vita alla piazza – ha spiegato Anastasia Feltrin – Si può copiare questo dalla nostra storia: non sottovalutate i giovani. Anche nei Comuni piccoli, se provate a chiedere, vedrete che c’è sempre qualcuno che ha voglia di partecipare e rispondere».
Tra le “buone pratiche” è stata presentata anche l’esperienza di Habile, consorzio di cooperative sociali – con sede a Selvazzano Dentro – che costruisce aziende e comunità inclusive.