Idee
Autore di vari volumi storici, anche sui genocidi del Novecento, Francesco Berti, docente di Storia delle dottrine politiche al Dipartimento di scienze politiche, giuridiche e studi internazionali dell’Università di Padova, è intervenuto nel convegno di studi “Genocidio: storia e definizioni” ospitato dal Museo della Padova ebraica mercoledì 21 gennaio, ed è tra gli studiosi più accreditati per parlare di Shoah, antisemitismo e sionismo in occasione del Giorno della Memoria.
Prof. Berti, da un quarto di secolo si fa memoria della Shoah. Eppure i dati sull’antisemitismo in Europa e in Italia sono in spaventoso aumento. Quali sono le cause?
«Le cause sono molteplici. Anzitutto, la memoria degli avvenimenti legati alla Seconda guerra mondiale è sempre più distante e sempre meno sentita e fatta propria dalle generazioni più giovani: il ricordo pubblico relativo alla Shoah fatica a far breccia nelle menti e nei cuori. Questo contribuisce a creare i presupposti perché riattecchiscano antichi pregiudizi e stereotipi mai del tutto scomparsi. In secondo luogo, per un’involuzione della società a cui non è estraneo lo sviluppo dei social media, il discorso politico è diventato sempre più semplificato e polarizzato. C’è sempre meno disponibilità e predisposizione all’approfondimento, aumenta sempre più la ricerca di risposte facili, elementari e anche di capri espiatori ai gravi problemi che attraversano la società».
Qualche esempio?
«Durante la pandemia abbiamo assistito a un incremento delle dottrine cospirative, da sempre brodo di cultura ideale per lo sviluppo dell’antisemitismo. Siamo di fronte a un fenomeno, apparentemente paradossale, per cui al successo e alla diffusione della tecnologia fa da contralto un declino della ragione, che ha un’evidente ricaduta anche su questi aspetti. Sul piano culturale trovano sempre più piede tendenze di estrema destra nelle quali vi è una riabilitazione dei discorsi antisemiti in cui si sviluppa il negazionismo. Negli ultimi decenni la crescita dell’antisemitismo è legata anche all’ostilità crescente nei confronti dello Stato di Israele: un risentimento che – va ricordato – precede di gran lunga la tragedia dell’ultimo conflitto e che ne ha favorito una certa percezione unilaterale. In questo senso, una tendenza antisemita ha trovato e trova piede, anche a sinistra, all’interno della propaganda antisionista, benché i due elementi non coincidano necessariamente».
Come porsi di fronte alla Shoah e al Giorno della Memoria? Quali sono i meccanismi della memoria più adeguati?
«Occorre sforzarsi di ricordare l’importanza della memoria storica storicizzando e contestualizzando gli avvenimenti del passato. La Shoah è stato l’evento più tragico in un contesto di guerra e di violenze che ha coinvolto decine di milioni di persone, in cui altri gruppi, oltre agli ebrei, furono oggetto, da parte dei nazisti e poi dei nazifascisti, di persecuzioni e in alcuni casi di sterminio, anche se non con la stessa intensità. C’è un effetto negativo inerente alle politiche della memoria che riguardano la Shoah: quello di contribuire a una sorta di assolutizzazione dello sterminio degli ebrei, che può veicolare una immagine stilizzata dell’ebreo come vittima per antonomasia, in uno schema mentale in cui trovano posto le figure del carnefice e della vittima».
Nel 1967 Elie Wiesel, parlando della Shoah, coniò il termine di “unicità”, ritenendo il genocidio di sei milioni di ebrei un fatto “irrazionale e inspiegabile”. Può essere ancora valido in ambito storiografico questo approccio?
«Ho la massima stima e quasi una venerazione per Elie Wiesel, per ciò che è stato e ha scritto, ma nello specifico non concordo né col paradigma dell’unicità, intesa in senso assoluto, né con quello dell’irrazionalità dei fatti storici. La Shoah
è stato un avvenimento che presenta dei tratti di unicità, esprime quel sentimento di orrore di fronte alla barbarie delle camere a gas e di quelle “fabbriche” della morte che sono stati i campi di sterminio nazisti. Gli elementi di “unicità” della Shoah possono essere ricondotti al fatto che lo sterminio nazista degli ebrei è stato l’ultimo grande pogrom della storia europea, di una vicenda bimillenaria di odio che ha pochi eguali nella storia; al fatto che si è trattato di un genocidio quasi “perfetto”, sul quale misurare tutti i genocidi e gli stermini di massa della storia umana; infine, sul fatto che solo nel caso del genocidio nazista si è cercato di distruggere tutti i membri appartenenti al gruppo etichettato come nemico. Sotto diversi altri aspetti, invece, la Shoah pare comparabile con altri episodi simili accaduti nel passato e in particolare nel Novecento, il “secolo delle idee assassine” come l’ha definito Robert Conquest. Un “fatto irrazionale e inspiegabile”? Non direi. Essa è stata l’applicazione logica di una specifica ideologia, il nazionalsocialismo, che aveva per conquistare il potere ha fatto leva anche su paure ataviche e attuali ed elementi irrazionali».
Esiste una comparabilità tra lo sterminio del popolo ebraico e altre tragedie del mondo contemporaneo?
«Lo strumento del paragone storico può essere utilizzato per mettere a confronto episodi differenti, che devono però avere caratteristiche molto simili per essere confrontati. Nel Novecento troviamo fenomeni che presentano forti similitudini: eccidi di massa, non necessariamente a carattere genocidario, operati da Stati contro popolazioni civili inermi, allo scopo di annientarle fisicamente in tutto o in parte, motivati da dottrine apocalittiche o rivoluzionarie. Gli studi che hanno investigato questi fenomeni elencano il genocidio degli armeni del 1915 e seguenti, gli stermini di classe operati da alcuni regimi del comunismo realizzato, come l’Holodomor ucraino del 1932-33 o il genocidio cambogiano, più recentemente il genocidio del Rwanda».