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Un crocifisso, una benedizione, una sola missione. Sabato 17 ottobre, alle 9.30, la Cattedrale di Padova ha tenuto insieme due appuntamenti: l’assemblea diocesana d’inizio anno pastorale e la veglia missionaria d’invio, di solito celebrata il venerdì sera. È la vigilia della centesima Giornata missionaria mondiale, istituita da Pio XI nel 1926 e in calendario domenica 18 ottobre con il tema scelto da papa Leone XIV: “Uno in Cristo, uniti nella missione”. «Gli invii connessi sono la logica del nostro essere missionari – spiega il vescovo di Padova, mons. Claudio Cipolla – cioè quello che tutta la chiesa sia sempre missionaria ove abita».
Da una parte i cinquecento candidati ai ministeri battesimali, benedetti all’avvio della formazione. Dall’altra chi parte per la missione ad gentes. «La linea di intersezione è l’unica missione della Chiesa – osserva don Leopoldo Voltan, vicario episcopale per la Pastorale – la Chiesa che riceve da ogni popolo e la Chiesa che cresce anche qui da noi, attraverso l’impegno di tante persone nei ministeri battesimali». Una formula nuova anche per chi la missione la coordina. «Stiamo vivendo un’esperienza molto particolare mettendo insieme la veglia missionaria con l’assemblea diocesana – racconta don Raffaele Coccato, direttore dell’Ufficio missionario – Siamo missionari a 360 gradi».
Nell’omelia il vescovo Claudio è andato a cercare le radici. «Ho voluto giustificare come questa nostra sensibilità abbia delle radici lontane – spiega a fine celebrazione – Stiamo cercando di essere fedeli al mandato che in realtà risale a Gesù». E riprende una formula di papa Francesco: «Un cristiano è un discepolo-missionario, semplicemente». Ma niente astrazioni: «Il centro e il cuore sono le comunità concrete, dove c’è chi è molto credente, chi è in ricerca, chi è arrabbiato perfino con il Signore o con la vita».
Nessun trionfalismo, però. «Una bella assemblea come questa non vuol dire che va bene tutto», avverte il vescovo: il metro restano le comunità di base. Il grazie va anche alle parrocchie più solide: «Alle comunità più forti che, invece di dire “venite anche voi da noi”, si renderanno disponibili a soccorrere e ad aiutare quelle più deboli. Sono gli stessi principi che hanno mosso e muovono l’impegno dei nostri missionari». A chi comincia, una certezza: «Se il Signore ci chiama significa che ci vuole bene». Anche la richiesta di pregare per papa Leone XIV, operato il 13 ottobre al Gemelli.
Prima dei crocifissi, l’abbraccio a chi è tornato: Ilaria Scocco, laica fidei donum, dopo quattro anni in Etiopia, don Mario Gamba, dopo sei in Brasile, suor Lucia Meschi, dopo dieci in Ecuador, e suor Francesca Pittarello, dopo quarant’anni tra Burkina Faso e Costa d’Avorio. Poi chi parte. Tra loro due laiche fidei donum di 29 anni, educatrici sociali, passate entrambe da “Viaggiare per condividere”: tre anni di servizio, con la convenzione Cei. Alice Santiglia, di Codiverno di Vigonza, andrà a Beira, in Mozambico, in una missione della Diocesi di Vicenza, e spera di partire a febbraio. Ilaria Avataneo, piemontese che vive a Sandrigo, raggiungerà a gennaio la missione padovana di Adaba, in Etiopia, dopo un periodo in Irlanda per imparare l’inglese.
«Negli anni scorsi guardavo questa veglia missionaria con un fuoco nel cuore – racconta Alice – col sogno un giorno di essere sopra l’altare e oggi il giorno è arrivato». E poi il tuffo: «Quello che sento profondamente vero per me è questo salto un po’ nel vuoto, l’immagine della piscina, di saltare dal bordo per entrare dentro un mondo fatto di qualcosa che ho solo assaporato». «È stato emozionante ricevere il mandato da parte del vescovo – aggiunge Ilaria – è un sogno che diventa reale, è un passo più vicino alla partenza».
Per il vescovo Claudio, la missione riguarda ogni battezzato: «La logica di una fraternità che nasce dal battesimo porta ogni cristiano ad essere missionario, quindi ad essere attento a chi è in una condizione di maggiore povertà – sottolinea – C’è un dovere di giustizia universale che spinge ogni cristiano». Un patrimonio da spendere adesso: «Oggi mi sembra che sia il tempo di accogliere questo nostro patrimonio e di farlo fruttificare».