Idee
Si chiama “Ruggito del leone” l’operazione militare su vasta scala che Stati Uniti e Israele hanno scatenato sul territorio iraniano nelle prime ore di sabato 28 febbraio. A differenza degli attacchi del giugno scorso, mirati alle centrali nucleari iraniane, in questo caso nel mirino ci sono Teheran e diverse altre importanti città del Paese. Il primo risultato significativo ottenuto da Trump e Natanyahu è stata l’uccisione del leader supremo della Repubblica Islamica Alì Khamenei, ma il conflitto si è allargato velocemente al Libano, dove martedì 3 marzo l’esercito israeliano ha dato il via a un’azione di terra, e a tutti i Paesi della Regione dove il regime iraniano ha colpito basi americane, oltre che ai Paesi del Golfo, sui quali sono caduti numerosi missili iraniani.
Giuseppe Acconcia insegna Storia delle relazioni internazionali all’Università Statale di Milano dopo aver insegnato Sociologia della politica all’Università di Padova fino allo scorso anno. La sua conoscenza dell’Iran e del Medioriente, tuttavia, non è esclusivamente accademica. Il suo libro Il grande Iran, infatti, è frutto di dieci anni di vita e di ritorni nel Paese che da sabato 28 febbraio è sotto attacco da parte di Usa e Israele.
Professore, quali sono le vere ragioni di questo attacco?
«Il pretesto che ha scatenato questo attacco è il report dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica che ha parlato di mancanze nell’accesso alla centrale nucleare di Isfahan in Iran, il giorno prima degli attacchi. Da settimane, tuttavia, ci sono pressioni internazionali per un intervento statunitense in Iran, legato alle mobilitazioni scoppiate il 28 dicembre scorso contro il carovita per maggiori libertà e diritti, che ha coinvolto donne, giovani, disoccupati, attivisti, lavoratori, che si è esteso alle ai campus universitari nei giorni scorsi per ricordare i morti di queste proteste. Poi ci sono le cause reali, e queste, da un punto di vista degli Stati Uniti, avvicinano molto il caso iraniano a quello venezuelano, cioè un cambio di regime, ma soprattutto della leadership politica iraniana, per poter arrivare a un accordo sul nucleare e fare affari con l’Iran. Ed è un grande affare perché l’Iran è uno dei Paesi più ricchi di petrolio e di gas. Dal punto di vista israeliano si vuole un cambiamento di regime, perché per Israele l’Iran rappresenta una minaccia. Secondo la narrativa israeliana, l’Iran è dietro gli attacchi del 7 ottobre 2023».
Quante possibilità ci sono che quella popolazione prenda in mano il suo Paese?
«La possibilità che gli iraniani scendano in piazza è molto bassa, le proteste contro il regime miravano a un cambiamento che partisse dall’interno. Invece, in questa fase, se gli iraniani scendessero in piazza, starebbero accettando o avallando i raid israeliani e statunitensi e in realtà solo una minoranza è felice di questi attacchi. Come riporta un sondaggio di Reuters Ipsos, il 27 per cento dice di essere contraria a questa guerra di Israele e Stati Uniti, la vede come un’ingerenza straniera. Allora è chiaro che da una parte Stati Uniti e Israele spingono le masse di iraniani a scendere di nuovo in piazza, anche a fare grandi manifestazioni, a prendere le istituzioni dall’altra, invece, noi assistiamo a grandi manifestazioni, dall’altra parte, di cordoglio e di lutto per l’uccisione nei bombardamenti della guida suprema Alì Khamenei: si sta rafforzando l’ala che vuole mantenere in vita il sistema».
Quali effetti possono esserci su scala regionale?
«L’Iran sente una minaccia esistenziale. Teme che le province curde vadano in mano turca, pensa che il Kurzestan, la regione araba, possa dichiarare la sua indipendenza. C’è la possibilità che il Mojaheddin-e Khalq, un gruppo terroristico iraniano, affermi di avere un governo alternativo a Teheran ed evidentemente questo significherebbe il disfacimento dello Stato. La reazione iraniana quindi è molto più ampia rispetto a quella del giugno scorso. I missili hanno colpito le basi statunitensi nel Golfo, c’è stato il blocco al traffico delle petroliere nello stretto di Hormuz, che sta avendo un effetto enorme sul prezzo del petrolio. L’obiettivo è quello di coinvolgere gli altri Paesi della regione, i Paesi arabi come Qatar, Kuwait, ad Abu Dhabi, Emirati Arabi Uniti, Dubai, ma anche la Giordania e altri per arrivare a una guerra di logoramento che spinga nel più breve tempo possibile gli Stati Uniti a fermare i raid e arrivare a un’intesa. Dobbiamo sempre tenere a mente il modello dell’Iraq 2023: più si va avanti, più c’è il rischio di escalation, più c’è il rischio di coinvolgere altri Paesi nella guerra».
Come sta reagendo la società iraniana?
«Sicuramente gli iraniani in generale hanno una forte opposizione rispetto alle ingerenze straniere, vogliono la loro indipendenza, vogliono la loro autonomia e quindi non vedono di buon occhio una intervento così massiccio da parte degli Stati Uniti e di Israele e temono che questo possa avere degli effetti opposti: cioè di aggravare la repressione, di aggravare il controllo da parte del regime. Tuttavia in questa fase sono in grande difficoltà, sono molto divisi al loro interno per reagire in maniera univoca. Esiste una componente più di sinistra, vicina ai lavoratori o ai sindacati, che non si sente né con la Repubblica islamica né con gli attacchi israeliani statunitensi. Poi c’è una componente più conservatrice, radicale, che ha sempre sostenuto la Repubblica islamica e in qualche maniera sta scendendo in piazza per ricordare Khamenei e partecipare ai suoi funerali: sarà un grande momento di unità nazionale. C’è infine tutta una parte di indecisi, che temono anche questa fase: sono le classi medie e medio alte, soprattutto nelle grandi città, che hanno contatti con la diaspora all’estero, alcuni di loro hanno subito arresti, anche che hanno partecipato alle manifestazioni nelle settimane scorse e attendono quale può essere il futuro di queste mobilitazioni».
Quale evoluzione si aspetta nel corso delle prossime settimane?
«La guerra potrebbe durare a lungo. Sarà una guerra di logoramento. Se così sarà si vedrà sempre di più che non è possibile separare i due piani, cioè guerra a Gaza e guerra all’Iran. Sarà sempre più evidente come tutto questo fa parte della strategia israeliana dopo gli attacchi del 7 ottobre 2023: eliminare la Repubblica islamica per come la conosciamo. E si capirà anche che la Repubblica islamica e l’Iran sono interconnessi. Non è possibile pensare un cambiamento di regime che non implichi un’invasione di terra, la presenza di truppe sul campo, una guerra di lungo corso come è stata quella in Iraq. Ed è molto difficile che gli Stati Uniti vogliano impegnarsi da questo punto di vista. Quindi a un certo punto si potrà arrivare per logoramento appunto a un’intesa. Dovremo vedere poi quale nuova leadership iraniana arriverà sia attraverso l’assemblea degli esperti che dovrà nominare una nuova guida suprema sia a causa delle influenze che vengono esercitate dall’esterno e quale sarà il ruolo dei militari. E poi occorre capire se questa nuova leadership vorrà arrivare a un’intesa per azzerare completamente il programma nucleare, come chiedono gli Stati Uniti, oppure se tutto questo porterà a un cambiamento di
regime».
Da principio, questa nuova guerra in Medioriente avrebbe dovuto durare appena quattro o cinque giorni. Quindi il presidente Trump ha parlato di quattro o cinque settimane. Di certo c’è che l’attacco all’Iran si sta allargando a macchia d’olio e non solo per la risposta di Teheran che ha bombardato basi militari americane in tutta la Regione e ha attivato le milizie collegate con il regime in Libano e nello Yemen. Nella mattinata di martedì 3 marzo, l’esercito di Israele è entrato in Libano. «Ora anche l’Europa può essere coinvolta – spiega il prof. Acconcia – già la base inglese di Akrotiri a Cipro è stata bombardata, come pure altre basi francesi. È evidente il tentativo iraniano di coinvolgere quanti più Paesi possibili per poi arrivare a un accordo con Stati Uniti e Israele, vedremo anche se con un cambio di regime oppure no».

«Seguo con profonda preoccupazione quanto sta accadendo in Medio Oriente e in Iran. La stabilità e la pace – sono state le parole di papa Leone XIV domenica 1° marzo durante la consueta recita dell’Angelus – non si costruiscono con minacce reciproche, né con le armi, che seminano distruzione, dolore e morte, ma solo attraverso un dialogo ragionevole, autentico e responsabile».
«Dinanzi alla possibilità di una tragedia di proporzioni enormi – è stato l’appello del pontefice – rivolgo alle parti coinvolte l’accorato appello ad assumere la responsabilità morale di fermare la spirale della violenza prima che diventi una voragine irreparabile! Che la diplomazia ritrovi il suo ruolo e sia promosso il bene dei popoli, che anelano a una convivenza pacifica, fondata sulla giustizia. E continuiamo a pregare per la pace».

Mohsen Hamzehian è medico del lavoro, vive a Padova dal 1979, da tempo è attivo per un cambio di regime in Iran e dall’Italia osserva la situazione complessa che si è creata dopo l’attacco di Israele e Usa. Suo fratello, attivista nel Paese, arrestato durante la fase di proteste denominate “Donna vita libertà”, da tre giorni non è raggiungibile, a causa di bombardamenti e continui blackout: la preoccupazione sale.
«La situazione è complessa perché l’abbiamo resa noi complessa – scandisce Hamzehian – Fino a un anno fa c’era uno schieramento contro il regime e uno pro. Poi ci si è messo il figlio dello scià, Reza Pahlavi, a confondere le acque. Ma noi abbiamo bisogno di guardare al futuro, non al passato. Dobbiamo ricordarci che il regime dello scià è stato rovesciato dalla rivoluzione popolare per la repressione presente anche a quell’epoca, perpetrata attraverso la polizia segreta del re, e che solo dopo l’islam è salito al potere, ma la popolazione non voleva affatto continuare con la monarchia. Non solo. I due Ayatollah che si sono susseguiti in questi 47 anni, Khomeini e Khamenei, sono il prodotto proprio del regime dello scià: non si può immaginare che la popolazione sia diventata religiosa tutto a un tratto».
Tuttavia il medico non crede affatto che l’intervento di Usa e Israele possa rappresentare una speranza per la popolazione: « I due genocidiari di Gaza, Trump e Netanyahu, non sono affatto i liberatori dell’Iran, la gente lì era già impegnata nel movimento per liberazione, viceversa oggi è il quinto giorno (al momento di andare in stampa, ndr) che non protesta più. Non è un caso che come nella Guerra dei 12 giorni dello scorso luglio, attacchi come questi avvengano proprio quando le proteste si scaldano. Ora speriamo davvero che l’intervento militare cessi perché gli Usa non vogliono affatto rovesciare il regime, avevano una trattativa in atto con i leader e hanno preso il nucleare iraniano, che esiste da ben prima del 1979, come pretesto».
Tornando al futuro, Mohsen Hamzehian invoca un’assemblea costituente che dia nuovo volto all’Iran. «I giovani credono in Pahlavi perché non hanno memoria di quello che è stato sotto lo scià, ma il principe ha l’appoggio di chi è fuori, non di chi vive nel Paese. Già l’8 marzo 1979 c’erano molte donne iraniane in piazza per chiedere che la loro dignità fosse rispettata. Tuttavia la popolazione è divisa, ci sono i curdi, i beluci, i qashqai e non c’è una leadership condivisa antiregime».
Non rimane che attendere come evolveranno i fatti.

«Non sono contenta di questo attacco, ma adesso si è accesa una speranza per il mio Paese». Anahid Torabi è una project manager per una multinazionale americana, da tre anni vive a Thiene con il marito e i due figli dopo una laurea specialistica al Politecnico di Milano, una parentesi a Piacenza e un periodo di lavoro in Qatar. «L’idea di essere sotto i bombardamenti è tremenda, i miei parenti e conoscenti che vivono in Iran attraversano giornate di terrore, ma – conferma – due mesi fa nelle loro parole, quando il regime ha ucciso migliaia di manifestanti, c’era molta più disperazione».
Secondo Anahid Torabi, quindi, se ci fosse una possibilità che il regime degli Ayatollah finisca oggi è molto più concreta. «In questi 47 lunghi anni, da quando gli islamisti hanno preso il potere, “rubando la Rivoluzione” che aveva anche caratteri socialisti, come dicono i nostri genitori e i nostri nonni, tutte le voci progressiste, anche quelle più riformiste tra le personalità vicine ai leader religiosi, hanno finito per spegnersi: sono stati oppressi, catturati, non sono riusciti ad avere il supporto della popolazione. I più giovani, quelli che più volte abbiamo visto in piazza in questi mesi, non hanno più fiducia che si possa arrivare a un cambiamento dall’interno del regime attuale».
Eppure l’uccisione di Khamenei ha scatenato forti proteste da parte del mondo sciita anche fuori dal’Iran, in Pakistan e in Bangladesh. Non c’è il rischio di farne un martire? «Khamenei sarà un martire solo per chi lo appoggiava in vita, dal mio punto di vista il 10, forse il 15 per cento della popolazione. Se fosse morto per cause naturali (il leader aveva 86 anni ed era malato, ndr) il sistema non sarebbe crollato, al contrario, sarebbe andato avanti come ha sempre fatto».
Una volta che il conflitto sarà terminato si tratterà di capire come impostare il futuro del Paese: «Personalmente non credo che la strada sia la monarchia, ma credo che le parole del figlio dello scià, il principe Reza Pahlavi, vadano ascoltate, perché ogni altro tentativo per arrivare alle riforme in questo mezzo secolo è fallito. L’unica speranza per i giovani è Pahlavi. Si tratta semmai di chiedergli in futuro di mantenere la sua promessa di essere un leader di transizione per poi arrivare a riformare lo stato».