Fatti
“Gli Stati Uniti e Israele hanno attaccato l’Iran e l’Iran ha risposto contro Israele e altri Paesi del Golfo. Qui a Gaza stiamo bene, ma sono giorni difficili”. Così padre Gabriel Romanelli, parroco della Sacra Famiglia, descrive l’impatto della guerra, scoppiata il 28 febbraio, tra Israele-Stati Uniti e Iran sulla vita quotidiana nella Striscia. Il ricordo del sacerdote di origini argentine è affidato ai social della parrocchia e parte proprio dal giorno dell’attacco. “Sembrava tutto normale lo scorso 28 febbraio quando la notizia è giunta proprio mentre finivamo l’adorazione e pregavamo le Lodi. I ragazzi stavano per entrare a scuola. In assenza di notizie certe la scuola è andata avanti, anche se c’era molta ansia, soprattutto tra i più grandi e tra gli insegnanti”. Tra le prime conseguenze dell’attacco, spiega il parroco, “una preoccupante impennata dei prezzi. Hanno ricominciato a salire alle stelle, già erano alti. Anche per la speculazione”.
Nel frattempo, la parrocchia ha ripreso le attività dell’oratorio con le famiglie che hanno lasciato il complesso parrocchiale per tornare, quando possibile, nelle proprie case. “Sono venuti tanti bambini e adolescenti, alcuni aiutano come chierichetti, ci sono gruppi di donne. Speriamo che tutto questo finisca al più presto”.
Sotto fili d’erba solo rovine. Nei giorni scorsi il parroco ha potuto raggiungere il sud della Striscia, oltre il Wadi Gaza, che dall’inizio del conflitto segna una linea di divisione tra nord e sud. “A nord, le città di Jabalia, Beit Hanoun, i quartieri di Gaza city come Shuja’iyya, Tel al-Hawa e al-Zeitoun sono praticamente distrutti. Tutto è coperto dal verde dell’erba dopo le piogge, ma sotto ci sono solo rovine”. Verso Deir al-Balah, lungo la costa “si vede qualche edificio ancora in piedi, rispetto al nord sembra quasi intatta, ma chilometri e chilometri sono solo macerie”. Colpiscono le tende: “Gente che vive ovunque, lungo la costa, per chilometri. Case puntellate con teli e legno. E poi tratti di 3-4 chilometri dove non è rimasto assolutamente nulla”. La popolazione “ha bisogno di tutto. Lo ripetiamo sempre, ma è la dura realtà”. Anche i cristiani del quartiere “non hanno niente, ma altri stanno molto peggio”.
“Ci sono tantissimi bambini per strada, fa freddo, molti sono scalzi, camminano nell’acqua sporca, tra i rifiuti. Altri vanno a scuola con lo zainetto, ma senza quaderni né matite”.
La parrocchia aiuta due scuole private del quartiere – “private solo di nome” – con circa 2.900 alunni. “Gli insegnanti lavorano tra enormi sacrifici. Con l’aiuto di benefattori, anche dall’Argentina, cerchiamo di offrire almeno il minimo indispensabile”. “La gente vende qualsiasi cosa per sopravvivere. La cosa più dura è che non si vede un orizzonte. La gente non percepisce speranza e diventa difficile anche seminarla nei cuori”. Perché, aggiunge, “Molte delle cose normali della vita quotidiana, che qualsiasi persona nel mondo considera scontate, non esistono più”. “Anche procurarsi acqua non è semplice” ripete padre Romanelli. “Bisogna cercare una fonte, comprare bottiglie quando si trovano o riempire cisterne. A volte è difficile perfino trovare dei fiammiferi”.
La vicinanza di Papa Leone XIV. Aggiunge il parroco: “la popolazione vive una stanchezza profonda dopo anni di tensione e guerra. Qui la vita si fa ogni giorno più triste. Una professoressa musulmana mi ha detto: ‘Padre, avremmo bisogno di un mese intero per poter riposare davvero con la serenità di sapere che non succederà nulla’”. Nonostante tutto, la comunità cristiana cerca di sostenere la speranza attraverso la preghiera, l’aiuto concreto a tutti, la vita comunitaria e le attività per i bambini e le famiglie.
“In questa missione – dichiara al Sir padre Romanelli – ci aiuta e ci conforta la costante vicinanza di Papa Leone XIV. Il 4 marzo scorso il pontefice ci ha inviato un messaggio in cui ci incoraggia, prega per tutti e ci dona la sua benedizione”.
Pace, giustizia e ricostruzione. “La grande maggioranza della popolazione – da una parte e dall’altra – desidera la pace: una pace giusta e la riconciliazione”, afferma il sacerdote, citando anche il fondatore di Aiuto alla Chiesa che Soffre, Werenfried van Straaten: “L’essere umano è molto più buono di quanto pensiamo”. L’appello finale è accorato: “Bisogna convincere il mondo che sono necessarie pace, giustizia e ricostruzione. Che lascino entrare gli aiuti. Continuate a pregare per noi e ad aiutarci: così fate del bene a Cristo che soffre nei poveri. La guerra non può avere l’ultima parola”.