Suicidio assistito in Lombardia: Gambino (Scienza & Vita), “conseguenza dell’inerzia del legislatore nazionale”
Dopo il primo caso lombardo di suicidio medicalmente assistito organizzato dal servizio sanitario regionale, il componente del Comitato nazionale per la bioetica denuncia il vuoto normativo: senza disciplina statale sono le Regioni a definire requisiti, obblighi e luoghi della pratica.
“Il primo caso in Lombardia di suicidio medicalmente assistito interamente organizzato dal servizio sanitario regionale rappresenta un fatto giuridicamente rilevante, perché mostra con evidenza che l’attuazione concreta di un diritto solo astrattamente delineato dalla giurisprudenza costituzionale non impedisce alle aziende sanitarie di darne attuazione in concreto, con gravi riflessi sulla missione generale di cura della sanità pubblica italiana ed è la diretta conseguenza dell’assenza di una disciplina statale organica”. Così Alberto Gambino, componente del Cnb e presidente del Centro Studi “Scienza & Vita” della Cei. “L’inerzia del legislatore statale è il nodo di fondo in quanto la Corte costituzionale, nelle proprie pronunce, ha più volte richiamato il carattere provvisorio dell’assetto attuale, costruito nelle more dell’intervento del legislatore – prosegue Gambino – e in questo contesto, le Regioni finiscono per intervenire non solo su profili organizzativi sanitari ma sulla definizione stessa dei requisiti, degli obblighi di prestazione e dei luoghi della pratica di suicidio assistita, rispetto ai quali la stessa Corte non aveva dato indicazioni espresse”. “La situazione lombarda rende questo vuoto ancora più evidente e il fatto che il servizio sanitario regionale abbia organizzato anche la fase attuativa implica di fatto una soluzione che invece non era affatto obbligata – conclude il giurista – e conferma, sul piano istituzionale, che non è più rinviabile una legge nazionale capace di definire procedure, termini, garanzie e responsabilità in modo uniforme su tutto il territorio”.