Idee
Il prossimo 10 settembre ricorre l’annuale Giornata mondiale per la prevenzione del suicidio ma di questo problema e delle cause che portano centinaia di persone all’anno a porre fine alla propria esistenza se ne parla poco, di sicuro non abbastanza. Nel 2024 era stata la consigliera regionale Anna Maria Bigon, tra gli altri, a evidenziare la gravità del problema: «Il Veneto, con 6,85 suicidi ogni 100 mila abitanti, sconta un dato ben al di sopra della media nazionale e registra una crescita soprattutto tra i giovani. Nel 2022, infatti, si sono verificati più di 400 decessi per suicidio, di cui il 78 per cento tra gli uomini».
Una situazione che desta preoccupazione: «Tra i più giovani, l’incremento tra il 2021 e il 2022 è stato lieve e ha seguito l’incremento particolarmente rilevante osservato tra il 2020 e il 2021 – certifica l’Istat – Il tasso registrato negli ultimi due anni, 0,40 suicidi ogni 10 mila abitanti, continua a essere il massimo osservato dal 2015».
Ed è la cronaca, come sempre, a dettare l’agenda: tra challenge, sfide di coraggio tra giovanissimi via social finite in tragedia e veri e propri casi di istigazione o di utilizzo improprio dell’intelligenza artificiale, i casi hanno iniziato a non sembrare più isolati. «In Italia il suicidio è compiuto tre volte più frequentemente dagli uomini che dalle donne – spiega Diego De Leo, medico e psichiatra specializzato nella prevenzione dei suicidi e fondatore, assieme alla moglie Cristina, della De Leo Fund – mentre il contrario avviene per i tentativi di suicidio, quindi quelli che non conducono alla morte, che invece vengono effettuati molto più frequentemente dalle donne. Gli uomini sembrano più determinati, usano metodi più violenti e lo effettuano con più determinazione. E più anziane sono le persone più questa oculatezza diventa evidente».
Le motivazioni che conducono a tentare e, sovente, a riuscire a porre termine alla propria vita sono molteplici – addirittura 17, secondo uno studio dell’Organizzazione mondiale della sanità – ma si riesce sempre a riconoscere un tentativo di suicidio? «A livello internazionale usiamo una definizione molto più ampia e comprensiva che si chiama “non fatal self injury”, un comportamento autolesivo non fatale – continua De Leo – Forse il pronto soccorso non è l’ambiente più adatto per verificare le motivazioni perché la cura del pronto soccorso è essenzialmente una cura somatica. Bisognerebbe che questa persona, superata l’emergenza, venga inviata da uno psichiatra o uno psicologo che invece va a sindacare quali sono state le motivazioni che l’hanno portata a compiere quel gesto, tenuto conto che gli individui non dicono sempre la verità».
Si mente per paura, per pudore o per dignità ma si mente, omettendo di dire al medico come ci si è procurati un determinato trauma o perché si è ingerita una sostanza tossica: «La prevenzione ideale del suicidio sarebbe dare a tutti una società giusta – riflette il professore – una comunità solidale in cui le persone si sentono membri di una comunità che partecipa, è attenta, attiva nella cura dei bisogni del singolo». Una società più giusta è auspicabile ma rimane, purtroppo, un’ideale. Nel frattempo è importante combattere la solitudine per individuare il prima possibile i segni di perturbamento emozionale, disagio e vulnerabilità. In questo anche la comunità parrocchiale può fare di più, contrastando la marginalizzazione anche degli anziani. «In Italia un problema suicidio dei giovani come fenomeno di allarme non c’è – continua Diego De Leo – Abbiamo invece un problema gravissimo con gli anziani, ma di loro non si occupa nessuno».
Una sofferenza generazionale e una geografica. «Il Bellunese ha da sempre il record dei suicidi nel Veneto seguito dal Rodigino» conclude lo psichiatra e la spiegazione è ancora nello spopolamento e nell’isolamento.