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Terremoto. Trema la vita dei siriani. Il racconto del nunzio apostolico Zenari
La testimonianza del nunzio apostolico Zenari nel Paese colpito dal terremoto. Un’esistenza martoriata dalla guerra con oltre 500 mila vittime
FattiLa testimonianza del nunzio apostolico Zenari nel Paese colpito dal terremoto. Un’esistenza martoriata dalla guerra con oltre 500 mila vittime
«Non c’è tempo neanche per lavarsi le mani… Qui non siamo in Europa, la rete telefonica funziona a singhiozzo, gli spostamenti quasi impossibili. Arrivo a sera e mi addormento appena vedo un letto. E poi lo stress sia fisico che di emozioni è una cosa indicibile. Ho visto una folla enorme di povera gente veramente sottoposta ad una fatica impressionante». Al telefono è c’è card. Mario Zenari, il prelato veronese che si trova in Siria come nunzio apostolico, cioè come rappresentante diplomatico pontificio, e queste parole arrivano da una flebile voce, come se provenissero dalla luna. Sono trascorse tre settimane dal terribile sisma che ha colpito Turchia e Siria, lasciando una scia impressionante di macerie e di vittime.
Eminenza, la Siria certamente ha risentito di più del sisma rispetto alla Turchia, data anche la sua precaria condizione socio-politica. Come stanno andando le cose?
«Tutto questo si è aggiunto a una situazione di guerra che perdura da 12 anni: si sono aggiunte nuove numerose vittime a quelle che già ammontano a più di mezzo milione e che il conflitto in atto continua a mietere. Di queste, 29 mila sono bambini secondo le statistiche delle agenzie delle Nazioni Unite. Poi ci sono i profughi: la Siria conta il numero di sfollati interni più alto al mondo in proporzione al suo territorio e ammontano a circa sette milioni. Ricordo per esempio una famiglia che adesso è morta sotto le macerie, era sfollata ad Aleppo e sono morti sotto le tende a Latakia sulle coste del mar Mediterraneo. Ho assistito con i miei occhi a distruzioni su distruzioni, interi villaggi e quartieri ridotti a cimiteri. Prendo a prestito il titolo di una giornalista siriana che 4-5 anni fa, dopo aver visitato un campo di battaglia, ha scritto un articolo dal titolo Un mare di dolore e aggiungo che questo mare di dolore è divenuto un’alta marea».
Chi sta visitando in questi giorni?
«Sto visitando i centri di accoglienza, porto la vicinanza del papa, soprattutto nella zona di Aleppo e Latakia dove le parrocchie sono diventate centri di accoglienza fino a essere stracolme. A volte diverse centinaia e in alcuni casi anche più di mille persone sono accolte nelle nostre strutture ancora agibili, ma non basta mai. In alcune zone c’è neve e loro sono lì, dormono per terra, non hanno materassi, non hanno coperte e pochissimo cibo. Su tutti i volti la medesima espressione: paura di rientrare anche nelle poche case rimaste in piedi. Io ero abituato da 12 anni di guerra a vedere distruzioni, scheletri di palazzi… Ma adesso bisogna fare attenzione a quello che non si vede: si vedono tanti caseggiati distrutti, ma quelli non crollati hanno delle crepe da renderli pericolosissimi, potrebbero collassare da un momento all’altro. È complicatissimo far arrivare gli aiuti fin qui».
È riuscito ad andare in tutte le province coinvolte?
«C’è una zona che io non posso visitare ed è quella più colpita dal sisma, nella provincia nord-occidentale di Idlib, vicino al confine; è sotto il controllo dei ribelli, da lì arrivano poche notizie, ma sembra che la situazione sia ancora più grave come numero di vittime. Proprio in quel territorio abbiamo due parrocchie con due frati francescani, circa settecento fedeli cattolici e qualche ortodosso».
Qualche settimana fa diceva che ora non bisogna far morire la speranza per queste popolazioni così duramente provate dalle bombe…
«Ora mi viene da dire che ormai la speranza è morta e sepolta, ma tocca a tutti noi farla risuscitare».
Stefano Origano