Idee
Terza età fragile. La fame d’affetto degli anziani ci interroga
In questi giorni circola una certa aria in tutte le nostre strade: un po’ di festa, un po’ di preoccupazione per il futuro, un po’ di attenzione per gli altri.
IdeeIn questi giorni circola una certa aria in tutte le nostre strade: un po’ di festa, un po’ di preoccupazione per il futuro, un po’ di attenzione per gli altri.
Ma nelle città vi sono luoghi poco ricordati, perché vivono quasi come piccoli castelli, separati dal resto della comunità. Sono le case delle persone anziane fragili, quelle che con fatica riescono a uscire, che soffrono di solitudine, in particolare quando tutto attorno indica la gioia di una vita assieme, quelle che sono ammalate e attendono al telefono risposte alle preoccupazioni per la loro salute, risposte non sempre celeri, come sarebbe giusto. Sono le case delle persone affette da demenza, non in grado di capire la loro condizione, ma che hanno fame di affetti, una fame che la malattia non cancella. Ma chi, nella crisi di oggi, è così generoso da preoccuparsi per questa fame? Sono le case degli anziani che pregano, che hanno la nostalgia di una liturgia partecipata, che cercano di riprodurre con i piccoli rituali familiari, spesso senza il calore del quale avrebbero bisogno.
A queste nostre concittadine e concittadini rivolgiamo un sentimento di gratitudine, perché non ci hanno rimproverato, come avrebbero potuto fare, per le nostre mancanze nei loro riguardi, sia sul piano personale, sia sua quello civile; le dimenticanze sono state troppe e avremmo davvero meritato un rimprovero. Vi è un dubbio: si tratta della generosità innata e della grande disponibilità al sacrificio della nostra gente, oppure la stanchezza di vivere toglie anche la forza di protestare, per difendere i propri diritti? Da tutto questo si comprende che è doverosa una risposta, per costruire le condizioni che, almeno nel 2023, ci permettano di entrare nei piccoli castelli, nelle case degli anziani fragili, portando vicinanza, accompagnamento, servizi adeguati. Con dolcezza, senza invadere spazi riservati, cercando di capire dove si nasconde il bisogno più forte e spesso più nascosto. Di seguito indico le piccole cose che si possono compiere per rendere più serena la vita degli anziani fragili. Un primo aspetto, che ha maggiore importanza rispetto ad altri, riguarda la lotta alla solitudine. Se fosse possibile costruire attorno agli anziani una rete di protezione che li ascolta, li accompagna, molte sofferenze sarebbero, almeno in parte, lenite. La solitudine ingigantisce il dolore fisico, accentua la sofferenza psichica, impedisce, anche quando fosse possibile, il ricorso a chi potrebbe offrire aiuto; infatti, la solitudine provoca una reazione di scetticismo rispetto all’ascolto da parte degli altri, rispetto alla stessa possibilità di ricevere qualche forma di supporto. Di fronte a questa realtà, ogni comunità ha il dovere di porre la solitudine al centro di ogni progetto, creando le condizioni per coordinare le diverse possibilità di intervento. Talvolta, atti di poco conto, come organizzare una festa in un condominio abitato da tanti anziani, permettono lo scongelarsi di relazione ad alto potenziale di efficacia, ma che non hanno mai trovato l’occasione per esprimersi. In molti luoghi abita qualche volontario: è utilissimo richiamarne l’attenzione sulla vita degli anziani soli, in modo da calibrare il loro impegno anche verso questo importantissimo obiettivo.
Un secondo aspetto importante che potrebbe caratterizzare il 2023 è l’attivazione di luoghi d’ascolto delle esigenze cliniche. In attesa delle case della salute, che dovrebbero (dovrebbero!) rappresentare luoghi di cura sempreaperti all’ascolto, è indispensabile offrire all’anziano un luogo dove potersi rivolgere quando soggettivamente si sente debole, prova sintomi che lo preoccupano, è colpito da malesseri che intristiscono la vita. In attesa che la funzione importantissima del medico di famiglia ritorni centrale (forse possiedo una visione romantica!) dobbiamo garantire risposte a chi soffre. In questa luce anche il pronto soccorso degli ospedali deve essere ripensato come luogo dove l’anziano sia il fruitore privilegiato, e non lo scarto che si può far attendere per giorni prima di essere preso in cura.
Marco Trabucchi
Da poche settimane tra gli scaffali in libreria si può trovare il nuovo libro di Marco Trabucchi Aiutami a ricordare (San Paolo, pp 224, euro 18,00) con la prefazione della filosofa Michela Marzano. L’eloquente sottotitolo spiega immediatamente le finalità del lavoro del professor Trabucchi : “La demenza non cancella la vita. Come meglio comprendere la malattia e assistere chi soffre”. Le cause dell’Alzheimer non sono ancora note e questo rallenta la strada verso possibili cure. La diagnosi precoce resta imprescindibile e a restare praticabile è la strada dell’affettoquando la famiglia sceglie, con generosità senza sosta, di prendersi cura dell’anziano con demenza, rallentando gli effetti della malattia e migliorando la qualità della vita. L’autore, presidente dell’Aip, società scientifica che studia le condizioni di benessere della persona anziana in relazione allo stato di relazione somatica, affronta le questioni con competenza, ma anche con l’estrema umanità che lo contraddistingue.