Fatti
Ogni singolo giorno più di 20 giovani tra i 18 e i 34 anni lasciano il Veneto per andare all’estero: 7.344 in totale solo nel 2024, di cui 1.232 dalla provincia di Padova, terza dopo Treviso e Vicenza. Un vero e proprio esodo compensato in minima parte – meno del 20 per cento – da chi sceglie di tornare. Partono soprattutto per la Germania, la Svizzera, il Regno Unito, la Francia e perfino la Spagna: una dinamica silenziosa, ma costante che negli anni si è trasformata in una vera emorragia di competenze, e mentre il fenomeno cresce, le imprese del territorio segnalano sempre più spesso la difficoltà di trovare personale qualificato. Tanto più che il Veneto è scarsamente attrattivo anche verso le altre Regioni italiane, verso le quali “perde” altri cinquemila giovani ogni anno.
Il problema non è soltanto sociale: è anche economico. Per formare uno studente fino alla laurea la collettività investe almeno 140 mila euro; se si considerano anche i costi indiretti – servizi, infrastrutture, sostegni pubblici – la cifra può arrivare facilmente al doppio. Quando questi giovani scelgono di costruire altrove la propria carriera, quel capitale umano e quell’investimento si trasferiscono semplicemente in un altro territorio. A pesare non è solo la differenza di stipendio. Certo, il divario esiste: a un anno dalla laurea magistrale un giovane che è andato all’estero guadagna mediamente 2.231 euro netti al mese, mentre in Italia la media si ferma a 1.447. Tra i giovani expat sono inoltre più diffusi i contratti a tempo indeterminato (41,9 per cento contro il 28,8 per cento di chi lavora in Italia). Per molti ragazzi e ragazze la questione principale riguarda soprattutto le prospettive di crescita professionale e umana. «Se il criterio dominante di avanzamento nella carriera resta l’anzianità di servizio, è evidente che questo non è attrattivo», spiega Gigi Copiello, già sindacalista Cisl di lungo corso e tra i promotori di un’iniziativa che prova ad affrontare il problema.
Per provare a invertire questa tendenza lo scorso 13 marzo è stato presentato nella sede di AzzurroDigitale, tech company padovana di consulenza strategica, un manifesto promosso da un gruppo di studiosi, imprenditori e docenti: oltre a Copiello, Elisa Barbieri, Vania Brino, Giancarlo Corò, Fabrizio Dughiero, Paolo Gubitta, Carlo Pasqualetto, Matteo Pozzi, Stefano Pozzi, Luca Vignaga e Maurizio Zordan. «Se ne parla da anni, oggi però non c’è più tempo per continuare a parlare di aria fritta – ribadisce Copiello – Noi vogliamo provare a concentrarci sul fare».
La proposta si basa su due strumenti principali: un “Patto per lo sviluppo delle competenze e delle responsabilità” sostenuto da “borse di impiego”. L’idea è sostenere l’assunzione di neolaureati magistrali nelle imprese del territorio – non stage, ma contratti veri – integrando il loro reddito con una borsa annuale di 5-6.000 euro collegata a un percorso di crescita professionale, in modo da ridurre almeno in parte il divario con l’estero. Il valore della proposta, secondo i promotori, sta però soprattutto nel metodo. Per Paolo Gubitta, ordinario di organizzazione aziendale all’Università di Padova, la sfida è riuscire finalmente a far cambiare approccio alle politiche pubbliche sul lavoro qualificato: «Non servono interventi a pioggia, ma scelte mirate. Molte imprese lavorano già bene sulla valorizzazione dei talenti: è però necessario aiutare anche aziende meno strutturate a presentarsi sul mercato del lavoro con un progetto. Le persone preparate oggi si scelgono il datore di lavoro, cercano un ambiente in cui crescere e sentirsi valorizzate». Il tema riguarda anche l’attrattività complessiva del territorio: «Le università venete attirano sempre più studenti internazionali: solo il 15 per cento di loro rimane però a lavorare qui – ricorda l’economista Giancarlo Corò, docente a Ca’ Foscari – Eppure il capitale umano è l’unica vera strada per uscire dalla bassa produttività». L’investimento richiesto, sottolineano i promotori, sarebbe relativamente contenuto, soprattutto se si considerano i danni che la nostra economia sta subendo in termini di mancata crescita. «Parliamo di pochi milioni di euro all’anno – osserva Corò – Una cifra minima se la confrontiamo con un Pil regionale (circa 205 miliardi di euro, ndr), che però rappresenta un segnale importante».
«Ci sono 83 milioni di euro di fondi europei per lo sviluppo regionale (Fesr) non ancora utilizzati – ha osservato il consigliere regionale di Azione Nicolò Rocco, che è intervenuto a sostegno dell’iniziativa – Si sta discutendo di destinarne circa 30 milioni al social housing: un intervento certamente utile sul piano sociale, ma la domanda è se una parte di queste risorse non possa essere investita anche sulla produttività e sul capitale umano». Secondo Rocco la Regione dovrebbe rafforzare le politiche dedicate all’innovazione e all’attrazione dei talenti: «Oggi Veneto Innovazione dispone di appena 6 milioni di euro: una cifra che non rappresenta un investimento significativo rispetto alle sfide che abbiamo davanti».
Il tema vero è la competitività del Veneto nel lungo periodo: per il manager vicentino Luca Vignaga «oggi la vera materia prima scarsa sono le risorse umane. E quando una materia prima è scarsa bisogna riuscire a inventarsi qualcosa per procurarsela». Il prossimo passo sarà portare la proposta sul piano istituzionale e avviare un confronto bipartisan con Regione e forze politiche per trasformarla in un intervento sperimentale. L’obiettivo è verificare se strumenti di questo tipo possano contribuire a trattenere più giovani qualificati sul territorio. Perché ogni laureato che se ne va non rappresenta solo una storia individuale che cambia direzione: è anche una parte del futuro del territorio che prende la strada di altrove.
Secondo un’indagine della Fondazione Nord Est, i giovani italiani che emigrano dalle Regioni settentrionali lo fanno soprattutto per cercare migliori opportunità di lavoro e contesti più meritocratici. Tra chi è partito l’85 per cento ritiene che in Italia la meritocrazia sia più debole rispetto ai Paesi in cui vive oggi. All’estero i giovani percepiscono maggiori possibilità di dimostrare il proprio valore, salari più adeguati, un ambiente di lavoro più positivo e un migliore equilibrio tra vita e lavoro. Non sorprende quindi che gli expat mostrino anche maggiore fiducia nel futuro: quasi nove su dieci pensano che dipenda dal proprio impegno. Tra i giovani rimasti nel Nord Italia, prevalgono incertezza e timori. I ritorni sono rari e avvengono soprattutto per ragioni familiari, non per opportunità professionali.