Chiesa
Come ultima riflessione sul documento del Gruppo di studio 4 del Sinodo, deputato alla revisione della Ratio fundamentalis per la formazione sacerdotale, vogliamo raccontare un esempio di “buone pratiche” presente nella Diocesi di Roma. La diffusione di esempi di attuazione dei princìpi sinodali è infatti un’espressione concreta di comunione e condivisione, e occupa l’ultimo capitolo del documento: solo vedendo che alcune cose si fanno già, si può sperare di ampliare l’orizzonte e dimostrare che alcune nuove possibilità sono percorribili.
Credo che ci faccia bene, come cristiani, guardare al lavoro altrui con simpatia e speranza, senza invidia o facili minimizzazioni – anzi, secondo il Vangelo, la capacità di riconoscere il bene all’opera nella vita e nel ministero degli altri è segno della grazia in noi: “Questa notizia giunse agli orecchi della Chiesa di Gerusalemme, e mandarono Bàrnaba ad Antiòchia. Quando questi giunse e vide la grazia di Dio, si rallegrò ed esortava tutti a restare, con cuore risoluto, fedeli al Signore, da uomo virtuoso qual era e pieno di Spirito Santo e di fede. E una folla considerevole fu aggiunta al Signore” (Atti 11, 22-24). Barnaba riconosce quanto stava facendo Paolo percorrendo vie nuove e “rischiose”, e se ne rallegra – possiamo dire che il rallegrarsi dei frutti dell’altrui lavoro sia un atteggiamento poi così comune nella nostra Chiesa, specialmente tra noi preti? D’altro canto, la gioia per i frutti dello Spirito in situazioni diverse dalla nostra non solo denota la nostra sintonia con lo Spirito, ma è anche via di amplificazione dei frutti stessi che incontriamo (la “folla considerevole” che segue alle esortazioni di Barnaba).
Dopo questa necessaria premessa, vorrei raccontare quanto avviene dal 2020 nella mia parrocchia. Questo è solo un esempio tra altri diffusi in Italia, e non ha certo la pretesa di essere l’unico modo possibile: quanto segue vuole piuttosto essere il racconto di un’esperienza che trasmette tanta speranza e bellezza a una determinata comunità, e che prospetta la possibilità di un diverso approccio alla formazione verso il sacerdozio, in particolare nella prima fase.
Già dal 2015 in varie zone di Roma sud, a partire dal quartiere in cui ero allora viceparroco, avevo avviato una proposta di vita comunitaria rivolta ai giovani, Koinoikia, di cui l’anno scorso abbiamo celebrato i dieci anni, avente come fine l’emancipazione dalla famiglia di origine e la maturazione di ulteriori passi verso le scelte definitive della vita adulta, imparando a vivere con e per gli altri secondo una regola di vita.
Nel dicembre 2019 mi fu chiesto dal Consiglio episcopale della diocesi di avviare un’analoga esperienza nella parrocchia in cui nel frattempo ero divenuto parroco, e dunque risistemai un’ala della canonica per farne l’abitazione per un gruppo di ragazzi che già da diverso tempo avevano vissuto l’esperienza “normale” in appartamenti con altri ragazzi. Questo punto è decisivo: i ragazzi invitati alla vita comunitaria in parrocchia dovevano avere come prerequisito un cammino personale di fede già sperimentato e maturo, e aperto almeno virtualmente all’ipotesi vocazionale del sacerdozio.
La loro presenza è divenuta in breve tempo un fermento di apertura della comunità parrocchiale, e uno stimolo molto positivo per i parrocchiani – specialmente, e non sorprende, per gli anziani. Tutti studiano, e gran parte di loro lavora, di solito in ambito universitario o simile. A quelli che manifestano più chiaramente l’anelito al sacerdozio è chiesto dopo un po’ di interrompere il lavoro per dedicarsi completamente al servizio su tutti i fronti (pulizie, ufficio, sacrestia, commissioni, animazione dei momenti di preghiera, ecc.), e così iniziare a saggiare le sfide e gli impegni tipici della parrocchia, realtà aperta in cui si incontra tutta la varia umanità: dalla famiglia che ha appena subito un lutto al mendicante, da chi viene solo per avere qualcuno con cui parlare un po’ ai bambini da coinvolgere con l’animazione, ecc. – non è, in fondo, questo mare magnum di volti, voci e necessità disparate, la ricchezza più preziosa delle nostre parrocchie?
Per quanto riguarda la vita quotidiana, da quando ci sono questi giovani in discernimento tutta la preghiera liturgica è divenuta comunitaria: iniziamo la mattina con l’Ufficio delle letture e le Lodi, oppure le Lodi e la Messa, poi l’Ora sesta subito dopo pranzo, e infine i Vespri dopo la Messa serale (se non sono andati al mattino). La liturgia delle ore è naturalmente aperta a tutti, ed è ormai patrimonio consolidato della parrocchia. Ogni ragazzo poi deve dedicare un tempo alla preghiera personale, da ricavare tra il servizio, lo studio e i tempi condivisi con gli altri. La Compieta la celebrano tra di loro, la sera, con una piccola condivisione sulla giornata trascorsa.
Il giovedì sera uno dei sacerdoti della parrocchia celebra con loro una Messa a parte, in cui si dà spazio alle loro risonanze sulla Parola, e poi si fa, sacerdoti e ragazzi insieme, una cena agapica festosa.
Questo punto mi permette una considerazione sull’influenza positiva che la loro presenza ha apportato anche all’intero presbiterio: non solo per il fatto non banale di una “riscoperta comunitaria” del Breviario, ma soprattutto perché tutti i sacerdoti sono coinvolti nel loro cammino formativo, imparano a prendersi cura di questi ragazzi, e possono vedere valorizzato il loro ruolo di formatori nella fede e di esempio di scelte di vita fatte – decisamente, un tonico vocazionale non da poco per i preti!
Periodicamente questa Messa del giovedì è presieduta da un esterno, che poi a cena porta ai ragazzi la sua esperienza di ministero: in questi anni cardinali, vescovi, missionari, diplomatici e parroci si sono avvicendati, aprendo a questi giovani orizzonti ecclesiali altrimenti impensabili per loro, il tutto in un clima molto fraterno e caloroso.
Nei tempi forti, sotto Natale e nella Settimana santa, i ragazzi a loro volta accolgono altri coetanei per permettere loro di vivere con maggiore intensità un tempo di preghiera e di liturgia.
Dal 2020 al 2024 quattro di questi ragazzi sono entrati in seminario (altri tre attualmente si stanno “riscaldando a bordo campo”), e i superiori avevano deciso che tale esperienza, anche a fronte degli anni di vita comunitaria e di servizio da loro già vissuti, valesse come anno propedeutico. Su una venticinquina di ragazzi passati per di qua, i restanti si sono quasi tutti sposati, qualcuno è ancora “in ricerca”, ma tutti, senza eccezioni, sono impegnati attivamente nel servizio alla pastorale.
Se quattro ingressi in seminario in quattro anni, cioè uno all’anno, paiono pochi rispetto alla grave necessità in cui versano le Chiese, si pensi al fatto che se anche solo un quarto delle parrocchie di Roma fosse messo in grado di avviare esperienze analoghe, noi potremmo arrivare ad avere circa novanta seminaristi all’anno per la diocesi di Roma. Chiaramente non si tratta di soluzioni magiche: come scrivevo sopra, chi è ammesso a una simile esperienze deve essere già da anni destinatario di un serio accompagnamento spirituale nella formazione al discernimento, nella direzione spirituale, ecc., e su ciò, rispetto ad altro, si deve tornare a puntare, se vogliamo un futuro per il ministero ordinato, come d’altronde scrive Papa Leone nel suo messaggio per la 63ª giornata mondiale di preghiera per le vocazioni:
“La cura dell’interiorità: è da qui che è urgente ripartire nella pastorale vocazionale e nell’impegno sempre nuovo dell’evangelizzazione.
In questo spirito, invito tutti – famiglie, parrocchie, comunità religiose, vescovi, sacerdoti, diaconi, catechisti, educatori e fedeli laici – a impegnarsi sempre di più nel creare contesti favorevoli affinché questo dono possa essere accolto, nutrito, custodito e accompagnato per portare abbondante frutto. Solo se i nostri ambienti splenderanno per fede viva, preghiera costante e accompagnamento fraterno, la chiamata di Dio potrà sbocciare e maturare, diventando strada di felicità e salvezza per ciascuno e per il mondo”.
I ragazzi che passano per la nostra comunità vengono accompagnati verso ulteriori passi del loro cammino da quella coralità di sguardi e voci che il Sinodo auspica, e il Papa ribadisce, la coralità del popolo di Dio in cui tutti, dalla colf della canonica con il suo sguardo libero e materno alle famiglie del catechismo, dai vecchietti al presbiterio, hanno modo di dare il loro contributo in ordine a una maggiore chiarezza sul loro futuro.
Spero che questo breve racconto possa essere per qualcuno motivo di speranza, e accenda magari in qualche confratello il desiderio di accogliere il rischio bello di vie nuove da percorrere, sotto la guida dello Spirito, per ridare gusto e fiducia alle nuove generazioni dei chiamati.