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Un fiume ininterrotto di pellegrini, fin dalle prime luci dell’alba. La solennità di sant’Antonio ha riportato a Padova quell’abbraccio che ogni anno sorprende e commuove: la Basilica gremita in ogni ordine di posti, le navate laterali piene di gente in piedi, tutte le Messe affollate dal mattino presto fino a sera. Già prima dell’apertura del portone, gruppi di fedeli attendevano davanti al Santuario, portando al Santo preghiere, ringraziamenti e suppliche.
La festa di quest’anno è caduta nel cuore degli 800 anni dal transito di san Francesco d’Assisi, di cui Antonio fu seguace. Un legame che ha attraversato ogni momento della giornata, restituendo il volto di due santi diversissimi e però uniti dalla stessa radice evangelica.

Nella Messa pontificale delle 11.30, il vescovo di Padova Claudio Cipolla è partito dalla fragilità descritta da san Paolo: il rischio di essere «in balia delle onde», trascinati «da persuasori occulti». Un pericolo, ha spiegato, che oggi assume volti nuovi, legati alla potenza delle tecnologie emergenti, capaci di plasmare i processi decisionali e l’immaginario collettivo. «Stiamo vivendo una rapida fase di transizione, un cambiamento d’epoca — ha osservato il vescovo — in cui, mentre alcuni si contendono il futuro delle nuove tecnologie e altri sono impegnati nella riflessione su di esse, la maggior parte delle persone rimane in attesa, osserva da lontano e spera semplicemente che tutto vada per il meglio». Proprio per questo, ha aggiunto, si impongono «domande decisive che non possono più essere eluse: Dove stiamo andando? Verso quale meta desideriamo orientarci? Quale direzione scegliere come comunità umana e come popoli?».

La consapevolezza della fragilità, ha proseguito il vescovo Cipolla, porta a rivolgersi «al Santo dei miracoli, testimone dell’unica signoria che noi riconosciamo: quella di Dio». E si fa preghiera: «Chiediamo il dono di restare liberi, non solo da dittature e poteri politici ed economici, ma anche da tutto ciò che può condizionare e manipolare i nostri pensieri, i nostri sentimenti, i nostri valori, fino a farci chiamare bene ciò che è male». In una parola, «la grazia di restare umani con l’aiuto di Dio e per intercessione di sant’Antonio». Antonio e Francesco, ha ricordato il vescovo, hanno aperto «un cammino, una strada che genera tensione, conversione, crescita continua; potremmo dire, con una parola a noi abituale: educazione permanente». Di qui l’invito conclusivo: «Chiediamo una fede salda, un cuore libero, uno sguardo limpido. Chiediamo la grazia di non lasciarci trascinare dalle onde del momento, ma di restare ancorati a Cristo per vivere nella verità, nella carità e nella pace».

Al termine della solenne processione con la Statua e le reliquie del Santo, lungo le vie della città, è risuonato l’appello del sindaco Sergio Giordani. «Abbiamo bisogno di pace, di parole di pace», ha detto, denunciando le guerre «descritte troppo spesso come fossero videogiochi» e ricordando che «la pace nasce dalla giustizia». Sant’Antonio, ha sottolineato il sindaco, «non ha predicato una pace astratta; combatteva l’arroganza dei tiranni come il feroce Ezzelino da Romano, e sapeva che la violenza e le guerre nascono sempre dalla sete di potere e dal disprezzo per la dignità umana». Da qui una serie di domande incalzanti sul senso della parola «decoro»: «È decoro considerare la povertà una colpa? È decoro nascondere la povertà perché ci dà fastidio, invece di operare per rimuoverne le cause?». E ancora, allargando lo sguardo al mondo: «È decoro esaltare la guerra, indicandola addirittura come la giusta strada per risolvere le controversie tra Stati e, purtroppo, anche tra popoli?».

Il primo cittadino ha rilanciato l’attualità del messaggio antoniano: la difesa dei più deboli — Antonio fu fermo oppositore dell’usura e promosse a Padova una storica legge a tutela dei debitori insolventi — e la cultura del dono contro l’egoismo, che ancora oggi vive nell’Opera del Pane dei Poveri. «Non possiamo accettare che si torni alla legge del più forte», ha ammonito Giordani. «Cominciamo noi, per primi, a usare parole di pace, parole gentili, parole di dialogo, parole di confronto». Perché, ha ricordato, «le parole plasmano la realtà». Un messaggio, quello dei due santi, «universale: non è rivolto solo a chi crede, ma a tutte le donne e a tutti gli uomini di buona volontà».

A illuminare il legame tra i due santi è stata, nella Messa solenne delle 17, l’omelia del Ministro provinciale dei Frati Minori Conventuali, padre Roberto Brandinelli. Antonio «è stato discepolo di Cristo sull’esempio del Poverello d’Assisi»: due figure «molto diverse tra di loro» — il figlio del commerciante che a venticinque anni «si innamora di “Madonna Povertà”» e il nobile Fernando Martins di Lisbona, dotto canonico regolare agostiniano — ma accomunate dal Vangelo vissuto «sine glossa», cioè, ha spiegato il frate, «senza aggiunte, diremmo noi senza sconti». La sapienza di Antonio, ha aggiunto, non era «farina del suo sacco», ma «principalmente dono di Dio»: «con umiltà la metteva a servizio dei poveri, senza farne un motivo di vanto. E per questo era così incisivo, così davvero concreto nell’aiuto ai più bisognosi».

Da qui l’invito, affidato all’intercessione del Santo che la tradizione invoca per ritrovare ciò che si è perduto: non solo gli oggetti smarriti, ma anche «ciò che di spirituale abbiamo perso». Antonio, ha detto padre Brandinelli, può aiutare «a ritrovare la fede, a recuperare la speranza in un domani migliore», e a riscoprire «quel dono unico che Dio ha fatto a noi e col quale, solo con quello, possiamo davvero contribuire al bene di tutti».