Idee
“L’ordine pubblico non concerne, dunque, solo la doverosa lotta alla criminalità o la prevenzione di dannosi tumulti; chiede anche un impegno tenace contro quelle forme di violenza, falsità e volgarità che feriscono l’organismo sociale”. È un passo del discorso che papa Leone XIV ha rivolto ai Prefetti d’Italia ricevuti in udienza lunedì 16 febbraio. Il Papa così continuava: “In positivo, i vostri compiti di vigilanza hanno come fine la cura dei rapporti sociali e la costruzione di intese sempre più efficienti tra istituzioni centrali dello Stato, enti locali e cittadini”.
Le parole che erano rivolte ai rappresentanti del Governo nei territori si sono seppur indirettamente spinte alla società nel richiamare valori, principi e regole che la rendono un’esperienza strutturata di amicizia sociale.
Richiamandosi a sant’Ambrogio, prima Vescovo poi Prefetto di Milano, il Pontefice aveva sottolineato come la gestione della cosa pubblica e l’amministrazione della comunità avesse come missione dei Prefetti e dei Vescovi il servizio al bene comune che è anzitutto un “patrimonio morale e spirituale”.
Non è facile cogliere una definizione così alta e pregnante visto che il più delle volte il bene comune viene declinato quasi esclusivamente con le attese economiche. Il richiamo alla dimensione morale e spirituale del bene comune è quanto mai opportuno e importante a fronte di un calo di fiducia tra cittadini e istituzioni.
Al riguardo c’è un altro spunto di riflessione nel discorso di papa Leone ai Prefetti. Citando l’articolo 98 della Costituzione “I pubblici impiegati sono al servizio esclusivo della Nazione” il Papa afferma che “il dettato costituzionale attesta il senso sorgivo del vostro nobile servizio, che risponde certamente alle leggi dello Stato ma ancor prima alla coscienza, che le conosce, le comprende, le applica con fermezza ed equità”. Aggiunge una precisazione: “Da un lato, infatti, le leggi sono espressione della volontà popolare, dall’altro la coscienza si fa interprete della vostra personale umanità: entrambe vanno custodite libere da pressioni, esercitando tanto il rigore quanto la magnanimità quali virtù ben temperate negli uomini retti”.
Parole rivolte ai Prefetti ma non solo a loro. Ne viene una lezione di cittadinanza che, in una stagione di astensionismo e di crisi della partecipazione, mette in luce il valore e la fecondità di un rapporto di fiducia tra governati e governanti. Un rapporto che richiama il ruolo della coscienza non certo in contrapposizione alla legge ma come sua compagna di strada nel valorizzare e promuovere la dignità della persona.
Il dialogo, rispettoso dei diversi e autonomi ruoli, tra legge e coscienza è a fondamento del rapporto di fiducia tra governanti e governati. Un rapporto da coltivare con lealtà da entrambe le parti per fare argine alla deriva delle parole ostili, delle menzogne, dei piccoli e grandi deliri di onnipotenza. E per dare un futuro al bene comune come “patrimonio morale e spirituale della Repubblica”.