Fatti
I colloqui di Islamabad si sono conclusi con un nulla di fatto. Non è chiaro su quali dei 10 punti iraniani si siano arenati, né se la tregua reggerà in vista di un secondo tentativo. Intanto Trump rilancia minacciando la sicurezza di tutte le navi da e verso Hormuz. Se fosse vero, ciò potrebbe coinvolgere nel conflitto altri Paesi, persino la Cina. Teheran intanto dice di non avere fretta, pretendendo garanzie reali anziché subire l’ennesima frode che consenta a Washington di riprendere fiato per poi attaccare di nuovo. Già questo dice che l’Iran dà le carte, avendo le leve per tenere in scacco un nemico che mira alla sua balcanizzazione: l’obiettivo iraniano è la sopravvivenza e ogni giorno che passa è indice di vittoria. Alla stessa conclusione portano due semplici indizi: il primo è l’accettazione da parte Usa dei 10 punti iraniani come base negoziale un’ora prima della scadenza dell’ultimatum che preannunciava l’estinzione di un’intera civiltà plurimillenaria; il secondo è l’assunzione dello sblocco di Hormuz come obiettivo capitale, quando invece lo Stretto era di libero transito (per giunta senza pedaggi) prima dell’attacco israelo-statunitense.
Ora l’Iran esige una sicurezza che includa il Libano, mentre Israele, a giudicare dalla strage di Beirut subito dopo l’annuncio della tregua, non è disposta a concedere. Sul piatto, oltre a un’emergenzialità permanente utile alle sorti personali di Netanyahu, c’è l’espansione dello Stato ebraico, puntando a farne uno snodo fondamentale della Via del Cotone messa in cantiere dall’India, in concorrenza con la Via della Seta cinese. Israele intende sabotare il negoziato, ma occorre considerare l’assottigliamento dell’arsenale missilistico suo e statunitense, consumato dalla tattica di saturazione e accecamento iraniana: si stima che serviranno almeno due anni per tornare alle scorte anteguerra. Inoltre, Israele patisce una sovraestensione bellicistica che non può permettersi troppo a lungo.
Neutralizzata la tattica “colpisci e terrorizza” con gli Usa pensavano di mettere l’Iran presto in ginocchio come fu con l’Iraq, Libia e Serbia, la Repubblica islamica ha ancora frecce nella faretra. Preparata da anni allo scenario, ha saputo fronteggiare le decapitazioni dei vertici con l’organizzazione a mosaico dei centri di comando e ha regionalizzato il conflitto per renderlo sistemico, studiando la logica resistenziale che fu del Vietnam.
Così la risposta iraniana ha imposto agli Usa il dilemma tra desistere con scorno e segare il ramo su cui sono seduti. Adesso, infatti, sembrano imbottigliati nella strategia del caos scatenata per colpire gli interessi cinesi, accettando perdite, pur di frenare il rivale che insidia i primati, senza attendere inerti gli inevitabili sorpassi. Non devono fuorviarci gli introiti immediati, come l’impennata dell’export energetico statunitense. D’altronde lo stesso può dirsi della Russia e persino dell’Iran, che ora vende il barile a prezzo più che raddoppiato. Nel frattempo l’inflazione punisce i portafogli statunitensi, i titoli del debito pubblico hanno raggiunto la soglia d’allarme, mentre il dollaro – pilastro dell’influenza globale degli States – è sceso a quota 46% delle riserve valutarie mondiali, minimo storico degli ultimi 30 anni. Soprattutto, il danno selettivo inferto dall’Iran alle economie creditrici che investono nel debito Usa corona la portata dell’effetto boomerang.
Giacché il tempo stringe – si avvicina il giorno in cui il Congresso dovrà pronunciarsi sul formale stato di guerra – Trump forse pensa ancora di coinvolgere una Nato alle corde. Così promette punizioni ai “codardi” che si sono rifiutati di immolare la propria marina per forzare Hormuz, in un conflitto in conto terzi, iniziato proditoriamente senza nemmeno avvisare gli “amici”. Pur vero che se l’euroatlantismo annaspa è perché riflette la crisi dell’egemone che, dagli anni ’90 a oggi, lo usa sempre più a mo’ stampella pronta a richiesta, non partecipe dei dividendi sui profitti dell’unilateralismo Usa. Ad aggravarne la condizione non è solo l’impiego a cassa di prelievo per il complesso militare-industriale Usa, dopo l’obliterazione della funzione nominalmente difensiva dell’Alleanza. Anziché pegno di protezione, oggi essa somiglia a una catena che rende i gregari uno scudo utile al dominus, quali bersagli elettivi delle ritorsioni dei nemici da esso provocati, inchiodati nelle trappole in cui esso si caccia. Per giunta pagando il prezzo delle mosse di Washington condizionate da Tel Aviv, ma anche del condizionamento esercitato sugli apparati americani da Tel Aviv. Senza contare che essa potrebbe persino giovarsi delle disarticolazioni della Nato, in prospettiva di una futura collisione con la Turchia che ne fa parte.
Senza proiettarci troppo avanti, possiamo già registrare, tra i dati solidi. la smitizzazione dell’hard power degli States: la forza della minaccia, una volta che si passa inefficacemente dalle parole ai fatti, risulta compromessa. E ora anche gli sviluppi dell’attacco all’Iran si aggiungono alle mancate vittorie che, dopo il successo del 1945, gli Usa continuano a collezionare quando si tratta di guerre a magnitudo significativa. Parallelo è lo sgretolamento del soft power di una superpotenza eversiva che, assumendo profili banditeschi, ispira inaffidabilità non solo negli avversari con cui convivere secondo patti, ma neanche presso gli “amici”. E i rigurgiti messianici arruolati nella narrazione del “Destino manifesto” non fanno che accrescere le preoccupazioni. Se poi questi spingono…
Il tutto apre varchi a ulteriori concorrenze. A giovarsene ovviamente la Cina, nel giocare il ruolo di promotrice della stabilità internazionale. Sul piano regionale, con Pechino alle spalle (e con sponda turca) il Pakistan tenta di accreditarsi come tutore asiatico della Umma, candidandosi – unico Paese musulmano con l’atomica – a protettore più credibile del ticket israelo-statunitense. L’iniziativa mediatrice tra Usa e Iran è indice di tale ambizione ed è concomitante con l’allarme dato dal governo pakistano sui nessi tra Israele e India, collegate non solo sul piano commerciale e tecnologico-militare, ma anche dall’analogia tra il bellicismo messianico agitato da Netanyahu e il violento confessionalismo indù alimentato da Modi. Ciò riaccende i fari sull’atavica inimicizia tra Islamabad e Nuova Delhi. Ecco un ennesimo ingrediente frizionale a confermare le parole di Leone XIV, quando ricorda che, mai come oggi, tutti sono vulnerabili: gli smottamenti della strategia del caos non risparmiano nessuno, nemmeno chi ritenga di giovarsene impunemente. Persino Trump, senza volerlo, dimostra di accorgersene, ora che accusa il Santo Padre di indebite ingerenze, richiamandolo alla sua “americanità” e rivendicando i meriti della Casa Bianca nella sua elezione al Conclave. Basta questo a provare che la crisi ha radici più profonde della mera intelligenza strategica.