Idee
La vendemmia è appena passata. Chi in questi giorni percorre i Colli Euganei incontra filari che portano addosso i segni di quello che è successo: i tralci alleggeriti di colpo, l’erba schiacciata dagli stivali e dai cesti, e in alto gli acini dimenticati. Il lavoro è passato al chiuso, nelle cantine, dove il mosto si trasforma lentamente in vino. Fuori sembra finito tutto; dentro è appena cominciato. E la vigna, spogliata, comincia ora a dare i suoi colori migliori.
La vite resta lì. Chi mette a dimora una barbatella non lavora per l’anno che viene: affida a quel suolo una pianta che ci starà per decenni, sarà potata da altre mani e da lì non si muove. Ed è una pianta povera. Il suo legno non serve a costruire nulla: Ezechiele domanda se se ne possa ricavare un lavoro, o anche soltanto un piolo per appendervi qualcosa (Ez 15,3). La risposta è no. Quella pianta vale soprattutto per il frutto. E da sola non sta nemmeno in piedi: lasciata a sé stessa si stende per terra. Per dire questo gli antichi non usavano il linguaggio della tecnica, ma quello delle nozze: Plinio racconta che in Campania le viti sposano i pioppi e, abbracciate a essi, salgono fino alla cima.
Per secoli la Chiesa ha segnato queste settimane con le Tempora d’autunno, giorni di digiuno e di preghiera legati anche ai frutti della terra. La riforma non le ha cancellate, ma ne ha affidato tempi e modi alle Conferenze episcopali. Nell’antica liturgia romana, il mercoledì si leggeva Amos: i monti stilleranno dolcezza e tutti i colli saranno coltivati (Am 9,13). La terra entrava nella preghiera della Chiesa. Il sacrificio delle mani che potano e vendemmiano e quello che la Lettera agli Ebrei chiama sacrificio di lode, frutto delle labbra: la preghiera della Chiesa li raccoglie nella stessa offerta, dal coro della chiesa ai filari del campo.
Forse per questo i monasteri hanno custodito per secoli le vigne. Nella Regola chi entra promette de stabilitate sua, la propria stabilità (RB 58): non un elogio dell’immobilità, ma la decisione di abitare un luogo abbastanza a lungo perché una vita possa essere trasformata. Ed è lo stesso gesto che la liturgia mette al centro proprio in questi giorni: il 15 settembre, dall’ambone, la Chiesa ascolta che presso la croce di Gesù stavano sua madre e le altre donne (Gv 19,25). Si vendemmia, e intanto risuona lo Stabat: una madre rimasta in piedi accanto al Figlio appeso al legno. Da noi tutto questo si vede ancora: a Teolo l’abbazia di Praglia coltiva una decina di ettari di vigna e conserva carte di quasi mille anni che parlano di vigne e di vino. Là le viti sono nutrite anche dal suono delle campane che scandiscono le ore del monaco.
Il monaco rimane nel monastero, la vite rimane nel suo filare. Né l’uno né l’altra insegnano che la stabilità consista nel non cambiare: insegnano a lasciarsi trasformare senza fuggire. E qui Benedetto è maestro molto oltre il chiostro.
Lo sa chi ha fatto una promessa davanti a un altare, e molti anni dopo scopre che amare la stessa persona non vuol dire amarla nello stesso modo di allora. Lo sa il parroco che apre la chiesa ogni domenica con i banchi più vuoti. E forse lo sa soprattutto un giovane. La fede imparata da bambino deve attraversare gli studi, gli affetti, le domande, e a un certo punto si accorge di essere l’unico, fra i suoi, per cui quelle parole significano ancora qualcosa. Ma crescere non vuol dire per forza smettere di credere. Può voler dire smettere di credere allo stesso modo, e lasciare che anche la fede cresca: che le domande potino quello che era servito da bambino e adesso è diventato troppo stretto, perché la radice vada più a fondo. E vuol dire scoprire che nessuno, in questo, sta in piedi da solo.
«Io sono la vite vera e il Padre mio è il vignaiolo» (Gv 15,1). Gesù sceglie una pianta che tutti conoscevano e che noi vediamo ancora. E con essa dice due cose dure: che il tralcio non porta frutto da sé, ma soltanto se rimane; e che proprio il tralcio che porta frutto viene potato, perché il vignaiolo taglia ciò che è già buono perché diventi migliore. È quello che il filare dice in silenzio: nessuno resta per forza propria, si resta perché si è tenuti. Qui il sostegno vivo ha un nome: Cristo. Per accorgersene serve un occhio educato. Non ogni cosa è un simbolo, e la fede non trasforma il mondo in un indovinello; ma come sappiamo fermarci davanti a un crocifisso, possiamo imparare a fermarci davanti a una vite. Lei rimane lì, anche dopo aver consegnato il proprio frutto, e Cristo ha scelto proprio lei per dire il mistero della sua comunione con noi. Forse la preghiera serve anche a questo: a educare gli occhi. Allora persino un filare ormai spoglio, può diventare una piccola scuola di santità.