Fatti
Lo si era capito quasi subito. L’arresto di Nicolás Maduro non ha portato, a Caracas, e nel resto del Venezuela, l’agognata libertà. E la calma apparente, conseguenza diretta di un diffuso sentimento di paura e incertezza, ha fatto posto, soprattutto durante la giornata del 5 gennaio, in concomitanza con l’insediamento della nuova Assemblea nazionale, a una rinnovata repressione, sfociata in arresti che hanno coinvolto anche quattordici giornalisti, che sono stati poi liberati. Uno di loro, però, l’italiano Stefano Pozzebon, collaboratore della Cnn, è stato espulso dal Paese. Nella capitale il controllo di militari e polizia è ferreo. Il Governo, ora presieduto dalla vicepresidente di Maduro, Delcy Rodríguez, si mostra aperto “all’esterno”, in particolare alla collaborazione con gli Stati Uniti, soprattutto nella gestione delle enormi risorse petrolifere. Ma i detenuti politici sono ancora tutti in carcere. Il Governo, insomma, continua a usare il pugno di ferro ed è particolarmente visibile la presenza della Guardia bolivariana, il corpo di polizia saldamente nelle mani del ministro dell’Interno, Diosdado Cabello. Difficile dire se i leader chavisti agiscano secondo il gioco delle parti, o se si vedano le prime crepe tra la presidente Rodríguez e il fratello Jorge (presidente del Parlamento), entrambi considerati i “signori del petrolio” da una parte, e Cabello, l’uomo chiave di polizia e servizi segreti, dall’altra. Senza dimenticare il ruolo dell’altro importante oligarca chavista, il ministro della Difesa Padrino López.
Fonte anonima: “Molti arresti arbitrari, tensioni interne tra i chavisti”. Quest’ultima ipotesi viene evocata da una qualificata fonte del Sir, attiva a livello culturale ed ecclesiale, che mantiene l’anonimato: “Gli eventi sono in pieno svolgimento, non è ancora chiaro dove porteranno. C’è molta incertezza. Tutto sembra indicare che la coalizione dominante, in preda a tensioni interne, non riesca a raggiungere accordi e che alcuni settori stiano preparando un piano di resistenza asimmetrica. Il 5 gennaio ci sono stati molti arresti arbitrari nel Paese, sotto lo stato di emergenza nazionale decretato, arresti per messaggi sui telefoni cellulari. Se gli eventi si svilupperanno in questa direzione, significa che la presidente incaricata non sarà in grado di rispettare gli accordi presi con gli Stati Uniti e saremo nuovamente minacciati da una nuova operazione da parte degli Stati Uniti. Nel frattempo c’è una calma tesa e, in apparenza, tutto sembra funzionare normalmente”.
Repressione contro i giornalisti. Particolarmente forte, come accennato, la repressione che ha riguardato i giornalisti. In una nota, il Sindacato nazionale dei lavoratori della stampa (Sntp), denuncia: “Durante la giornata di insediamento dell’Assemblea Nazionale, sono stati arrestati a Caracas 14 giornalisti e operatori della stampa: 13 di loro di agenzie e media internazionali e uno di media nazionali. 13 sono stati rilasciati, senza essere stati presentati, e uno è stato espulso (l’italiano Pozzebon, ndr). Abbiamo documentato la perquisizione delle attrezzature, lo sblocco dei telefoni, il tracciamento delle chiamate e dei messaggi sulle piattaforme di comunicazione e sui social network. Si tratta di un bilancio allarmante di fronte al quale ribadiamo la nostra richiesta di garanzie per il libero esercizio del giornalismo, la cessazione delle persecuzioni e la libertà dei 23 giornalisti e operatori dei media in Venezuela che rimangono detenuti”. I rischi, però, sono rilevanti anche per i semplici cittadini, in relazione all’uso dei social network, soprattutto dopo l’introduzione del nuovo Codice sulla Cybersicurezza. Basti pensare che, ad esempio, gli amministratori dei gruppi WhatsApp, Telegram e Facebook sono considerati responsabili o complici dei contenuti pubblicati nei loro gruppi.
La testimonianza di un sacerdote. A spiegare come si vive, in queste ore, a Caracas, in un audio pervenuto al Sir, un sacerdote che vive nella capitale, anche in questo caso in anonimato: “Sono uscito in strada, molti negozi chiusi, molti agenti di polizia. A Miraflores (sede della presidenza della Repubblica, ndr), sono passato davanti all’accesso chiuso alle auto e c’erano molti militari, credo piuttosto fossero componenti della guardia nazionale. Anche qui, di fronte alla parrocchia, ci sono due auto blindate senza targa. A livello di interpretazione, credo che si percepisca che la gente sta cercando di mantenere una normalità, ma c’è molta diffidenza. D’altra parte, c’è un livello ammirevole di civismo, i locali aperti funzionano quasi normalmente, il cibo è quasi davanti alla porta e la gente è rispettosa, non ho visto code, piuttosto le macellerie sono semivuote, i negozi di alimentari sono aperti con poche cose, pochissime. In un negozio dove sono entrato c’erano solo ali di pollo”.
Dalla capitale, giunge al Sir anche la voce di Ángel González coordinatore del movimento dei bambini lavoratori (Nats)e fondatore del Moani, il Movimento di azione cattolica per l’infanzia. “Da un lato – afferma – siamo indignati per quanto accaduto, vengono messi in discussione l’equilibrio e la pace in America Latina, ma anche a livello mondiale. Lo stesso Trump, ha affermato che tutto questo viene messo in atto per il controllo del petrolio. In questi giorni, a Caracas, si respira preoccupazione per quello che potrà accadere in futuro, si teme anche un secondo attacco degli Stati Uniti. La componente chavista è scesa in qualche caso in piazza, l’opposizione no. Noi, con i Nats e il Moani, non siamo riusciti a incontrarci, anche perché questo è un periodo di vacanze, molte persone si trovavano fuori città”.