Idee
“L’elemento religioso propriamente detto non ha rilevanza: è vero che l’Iran è il più grande paese sciita del mondo musulmano, e gli sciiti sono una minoranza interna all’islam che fin dalle origini ha avuto problemi con la maggioranza sunnita (circa il 90%), ma i motivi dei recenti conflitti nell’area hanno motivazioni politiche internazionali e regionali senza che elementi del credo o del culto vi siano minimamente coinvolti”. Parte da questa premessa Paolo Branca, professore di Lingua e letteratura araba all’Università Cattolica, grande conoscitore del mondo islamico. Il Sir lo ha contattato per aiutarci a leggere quanto sta accadendo nell’area mediorientale dal punto di vista “religioso”.
Tra Islam sunnita e Islam sciita: a suo parere la “geopolitica” religiosa influisce nel conflitto in corso?
Come minoranza perseguitata, gli sciiti hanno quasi sempre mantenuto una posizione ‘quietista’, per proteggersi ed evitare conflitti in cui sarebbero stati i più deboli. Le cose sono cambiate dalla rivoluzione del 1979 e la costituzione della Repubblica islamica. Cacciato lo shah filoccidentale e costituito un regime ispirato alla religione, la rivoluzione khomeinista è stata vista con simpatia anche dai movimenti islamisti sunniti che avevano la stessa avversione verso l’influsso estero (sia capitalista occidentale sia comunista sovietico) e sognavano di emanciparsi dal neocolonialismo. L’intenzione era seguire un proprio modello originale ispirato appunto ai valori e alle tradizioni della fede musulmana, emancipandosi dai modelli esterni e uscendo dagli schieramenti allora dominanti, come appunto la guerra fredda.
E’ rischioso mettere questi due mondi e, per di più con un intervento esterno, uno contro l’altro?
Col progetto degli accordi di Abramo era in corso un riavvicinamento spinto dagli Usa fra Israele e le petromonarchie sunnite del Golfo, ma dopo il 7 ottobre e la crisi di Gaza l’Iran si è trovato ancora più solo e determinato a capo dell’asse della resistenza, indebolito dai colpi subiti da Hezbollah in Libano e dalla fuga di Assad da Damasco. Una volta attaccato è stato inevitabile che reagisse anche contro gli stati arabi del Golfo che in quel processo di riavvicinamento arabo-ebraico erano in qualche modo coinvolti. Ma sono soprattutto le conseguenze sul piano energetico globale che interessano il regime iraniano e non questioni religiose e gli effetti si stanno già vedendo col rincaro dei prezzi del gas e del petrolio.
Che ruolo svolgono i “saggi” di Qom?
Questi esperti di teologia e diritto musulmano erano più influenti subito dopo la rivoluzione del 79, poi – anche a causa della lunga guerra con l’Iraq – i militari e corpi speciali come i pasdaran hanno preso il sopravvento. Pensare che il regime crollasse uccidendo la Guida suprema è stata un’illusione. Anche se una parte notevole della popolazione ha manifestato il proprio dissenso anche di recente e con molte vittime, si tratta di un asse frammentato e privo di un leader unitario e carismatico che possa rappresentare un’alternativa abbastanza forte e pronta a un rapido cambio al vertice del Paese.
La Lateranense e l’università di Qom avevano avviato un dialogo fiorente con gemellaggi e scambi anche di studenti e cultura…che fine fanno queste iniziative… possono svolgere ancora un ruolo oggi di diplomazia del dialogo?
Certamente il dialogo interreligioso non solo esiste ma si è sviluppato e continua anche per merito dei Pontefici tra cui in particolare Papa Francesco. Richiamare l’universalità dei temi della pace comuni a religioni diverse o a correnti differenti della stessa religione resta però inefficace se non tace il fragore delle armi.
Ma l’islam sciita ha capacità al suo interno di seguire gli eventi e condurli verso una gestione più moderata?
Se parliamo di società civile certamente: eredi della millenaria civiltà della Persia gli iraniani danno costantemente prove di apertura e creatività anche nelle varie espressioni dell’arte in tutti i campi. Le diverse componenti istituzionali della Repubblica islamica hanno invece, come spesso accade, la finalità principale di mantenersi al potere conservando i propri ruoli e privilegi. Una via d’uscita che assicuri qualche vantaggio a entrambi gli schieramenti e renda possibile una terza opzione fra guerra ad oltranza o capitolazione non pare ancora in vista né sarebbe di semplice realizzazione. Non solo come credenti, ma anche in quanto esseri umani di buona volontà bisogna che non si perda tale speranza.
C’è il rischio che la guerra metta in discussione anni di dialogo e scambi tra le religioni?
Le persone impegnate nel dialogo, penso, continueranno, alcuni si impegneranno forse in maniera ancora più motivata… anche se il clima di conflitto non renderà loro facile farlo.