Storie
«Una delle figure più forti e originali della Chiesa di Pio XII»: così lo storico della Chiesa, Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant’Egidio, definisce il vescovo cappuccino mons. Vigilio Federico Dalla Zuanna, nato a Valstagna il 24 dicembre 1889 e morto 70 anni fa, il 4 marzo 1956 a Roma. Un’affermazione che precisa l’importanza del personaggio ma andrebbe estesa poiché “il papa di padre Vigilio” non fu tanto Eugenio Pacelli quanto il predecessore, Achille Ratti, salito al soglio nel 1914, con cui il cappuccino mantenne una lunga confidenza, tanto più rilevante in quanto il carattere di Pio XI era riservato e autoritario.
Ancora più indietro, benché su un altro piano, non si può scordare il rapporto di scherzoso corregionalismo che legò il padovan-vicentino Dalla Zuanna con il trevigian-padovano Pio X: lo scavezzacollo Federico, entrato “misteriosamente” nell’ordine cappuccino a 13 anni, studente di teologia a Venezia offrì al patriarca Giuseppe Sarto il tabacco della Valbrenta e poi, a Roma, dove si laureò in teologia, diplomandosi anche in ebraico e paleografia, portò al papa nella manica del saio una bottiglia di grappa casalinga: «Fiol d’un can – esclamò Pio X – vu de Valstagna fe diventare contrabandiere anche il papa!».
Padre Vigilio era stato formato dai cappuccini veneti con un’acuta sensibilità ai problemi sociali; dopo l’ordinazione sacerdotale nel 1904, fu mandato d’estate in Austria a imparare il tedesco. Così nel luglio 1915, arruolato cappellano del Gruppo di artiglieria a cavallo, partecipò alle operazioni di guerra come interprete. Qui conobbe alcuni cappellani famosi, come Agostino Gemelli, fondatore dell’università Cattolica, e Celso Costantini, che diverrà punto di riferimento del dialogo tra Chiesa e Cina.
Dopo la guerra padre Dalla Zuanna divenne direttore dello Studio teologico di Padova facendosi anche apprezzare come predicatore, quindi definitore provinciale e direttore dello studio di Venezia, e nel 1925 ministro provinciale. Non fu antifascista a parole, ma nei fatti: nel 1926 fondò un seminario per aspiranti cappuccini di lingua sloveno-croata quando il regime faceva di tutto per favorire l’italiano; nel settimo centenario della morte di san Francesco mantenne un profilo rigorosamente spirituale senza concedere nulla alla lettura patriottarda e perfino filoimperiale del fascismo; promosse l’opera omnia di Lorenzo da Brindisi che, insieme a Marco d’Aviano, è esempio della capacità di sporcarsi le mani, coniugando, non sempre in modo oggi condivisibile ma coraggiosamente, la fedeltà al Vangelo con l’impegno nella storia. Nel 1931 divenne ministro generale e contemporaneamente Pio XI lo fece predicatore apostolico: è l’inizio di un lungo rapporto con il papa che gli affiderà incarichi di fiducia essenziali per la comprensione della delicata situazione politica europea, del volto reale del colonialismo fascista e del nazismo.
Papa Ratti muore nel 1938 e l’anno dopo, ancora vigilia di una guerra mondiale, fu eletto Pio XII: non si ricostituì il legame di fiducia col cappuccino di Valstagna che dopo tre anni fu nominato vescovo di Carpi, nel Modenese. Un incarico pastorale che manifestò ancora meglio le sue doti: «La caratteristica più evidente del suo episcopato – scrive il biografo Remo Rinaldi – è una forte consapevolezza della sua paternità spirituale nei confronti del clero e dei fedeli, che si manifesta in continui gesti di bontà e di mitezza francescana, di soccorso, di carità spicciola per i bisognosi, di affetto per i piccoli». Un affetto che lo portò a mettersi in gioco di persona, come quando approvò l’opera sociale in favore dei ragazzi “sbandati” di don Zeno Saltini che dopo la guerra fonderà Nomadelfia nell’ex campo di prigionia di Fossoli e sarà causa della rinuncia di mons. Vigilio alla diocesi di Carpi nel 1953. Un coraggio che lo portò a cercare il rapporto diretto con gli ambienti del lavoro; a praticare la carità in ogni forma, da quella spicciola, quotidiana, a quella temeraria di pacificatore e difensore di prigionieri e condannati, contrastando eccidi e violenze, protestando e implorando gerarchi fascisti e ufficiali nazisti. Talvolta con successo, perfino clamoroso, talaltra inutilmente. Per questi innumerevoli gesti di umanità il presidente Ciampi gli conferirà nel 2004 la medaglia d’oro al merito civile. Alla memoria perché mons. Dalla Zuanna era morto da quasi mezzo secolo, il 4 marzo 1956.
Il parroco di Valstagna don Sandro De Paoli sintetizza così il senso del 70°: «Per la nostra comunità è un onore annoverare tra i suoi figli un frate che sapeva vedere in ognuno, ebreo, nazista, partigiano, operaio, contadino innanzitutto un uomo, senza categorie e ruoli. Prestava attenzione e servizio a tutti, di tutti era fratello e vescovo».

Nei 70 anni dalla scomparsa di mons. Vigilio Dalla Zuanna lunedì 8 giugno i sacerdoti della cp Valle del Brenta-Feltrino e del vicariato di Bassano andranno in pellegrinaggio a Carpi. Dopo il ricordo storico di Andrea Beltrami, direttore della biblioteca diocesana, ci saranno un incontro di preghiera con il vicario generale mons. Ermenegildo Manicardi e la visita a Fossoli e all’abbazia di Nonantola.
“Il mio vescovo” s’intitola lo spettacolo organizzato dal comitato Amici di frate Vigilio Dalla Zuanna, in collaborazione con parrocchia e comitato delle biblioteche di Valbrenta per sabato 6 giugno alle ore 18.30 nel teatro Don Davide Paoletti di Valstagna. «Un titolo volutamente generico – spiega il regista, autore e interprete Fabio Dalla Zuanna, – perché si riferisce a me, che ne sono nipote, ma anche ai tanti che l’hanno sentito vicino, solidale». L’artista intende restituire un ritratto non agiografico dello zio, ma popolare, umano, e insieme emblematico, quasi epico, «a partire dall’episodio, rimasto misterioso, da cui nacque la sua vocazione: era andato in montagna a gnari de oseeti con un amico, che cadde morendo. Questa tragedia l’ha trasformato. Il dolore trasforma, ogni storia nasce da un momento di privazione, di perdita, la sofferenza apre al bisogno e allora non si dà tutto per scontato».
Un ritratto che ha molte affinità, sostiene Fabio Dalla Zuanna, con san Francesco, a cui ha dedicato un precedente spettacolo, per il suo proporsi all’umanità come ponte tra umano e divino con gesti semplici, quotidiani.