Vittorio Emanuele Parsi: “Trump mina l’Alleanza Atlantica, per l’Europa la subordinazione è inaccettabile”
Il politologo analizza le tensioni tra Stati Uniti ed Europa, denunciando la deriva imposta da Trump nei rapporti transatlantici. Secondo il docente, l’Alleanza Atlantica è minacciata da un nuovo equilibrio geopolitico e da atteggiamenti unilaterali. L’Europa, già colpita dalla guerra di Putin, deve rispondere con fermezza e coesione per non frammentarsi
“Questo presidente ha messo in mora la stessa sopravvivenza dell’Alleanza Atlantica, il concetto stesso di Occidente contemporaneo”. Vittorio Emanuele Parsi, docente di Relazioni internazionali all’Università Cattolica di Milano, osserva con preoccupazione il progressivo irrigidirsi dei rapporti tra Stati Uniti ed Europa, dal dossier Groenlandia alle frizioni sul commercio.
Professore, che segnali emergono dal linguaggio sempre più duro di Trump verso gli alleati europei? Il segnale è che l’attuale amministrazione sta trasformando – o prova a trasformare – il legame tra alleati in un rapporto di subordinazione, che per l’Europa risulta chiaramente inaccettabile.
A Davos si è vista una prima reazione europea, con gli interventi del presidente Macron e della presidente von der Leyen. Come valuta la posizione dell’Unione? È stata una presa di posizione netta, come era necessario. È la linea indicata anche dal primo ministro canadese: mantenere fermezza e coerenza. È un orientamento che l’Europa è chiamata a consolidare.
È davvero in discussione l’assetto transatlantico costruito nel secondo dopoguerra? Il rischio esiste ed è concreto. Il legame transatlantico si fonda sull’idea che vi sia una comunità di valori e di principi che va oltre i trattati formali.
Questa base viene incrinata dal linguaggio sprezzante rivolto all’Europa e da atteggiamenti che mostrano grande cautela verso i regimi autoritari – anche quando da tempo hanno avviato un conflitto armato nel continente europeo – a fronte di una postura molto più rigida nei confronti dei partner storici.
È un’impostazione che solleva interrogativi seri.
Trump ed Europa: i passaggi chiave dall’inizio dell’anno
Dall’inizio dell’anno i rapporti tra l’amministrazione Trump e l’Europa si sono progressivamente irrigiditi. Dichiarazioni critiche su commercio e sicurezza, il riemergere del tema dei dazi e richieste più pressanti sul contributo europeo alla difesa hanno segnato la relazione. Le tensioni sono cresciute anche sul dossier Groenlandia, con risposte pubbliche da parte di diversi leader europei. Nel complesso, il rapporto transatlantico attraversa una fase di ridefinizione.
La guerra commerciale si inserisce in questo contesto? Sì. Le tariffe rivelano che, nella visione di Trump, esse rappresentano soprattutto uno strumento per ridefinire i rapporti politici tra gli Stati Uniti e il resto del mondo, più che una misura di natura strettamente economica.
C’è uno spazio di ascolto rispetto a quanto può dire la Chiesa? Tre cardinali statunitensi hanno preso posizione pubblicamente nei giorni scorsi. Francamente mi sembra che Trump non mostri una particolare disponibilità all’ascolto, tanto meno verso richiami di tipo morale.
Il Vaticano può e deve esprimere il proprio punto di vista, ed è corretto che lo faccia.
Come interpreta questa fase storica? È una delle stagioni più complesse degli ultimi decenni. L’Europa è già alle prese con una minaccia gravissima, rappresentata dalla guerra avviata da Putin, e al suo interno non mancano quinte colonne che guardano con favore alle potenze autocratiche. A questo si aggiunge il riposizionamento degli Stati Uniti, che segna un rovesciamento dell’impianto su cui si reggeva l’equilibrio precedente. È una fase delicata, nella quale i Paesi europei sono chiamati a comprendere che solo una risposta condivisa può evitare una frammentazione destinata a indebolirli.