Fatti
All’ombra delle elezioni russe, svolte in uno stato di democrazia apparente tra opposizioni messe a tacere e denunce di brogli che non sono tardate ad arrivare, nei giorni scorsi è andato in scena un altro voto che conferma – se mai ce ne fosse bisogno – quanto la longa manus del Cremlino continui a muoversi indisturbata anche al di fuori dei confini della Federazione russa. Il 18 settembre si sono tenute le elezioni presidenziali in Ossezia del Sud, regione montuosa della Georgia al confine con la Russia dove risiedono pressappoco 56mila persone. E, ironia della sorte, a dominare da lontano questo intricato groviglio di vallate che dal 1992 si dichiarano indipendenti da Tbilisi – che a sua volta la rivendica come parte integrante del proprio territorio nazionale e ritiene il voto una violazione della propria sovranità – c’è il monumento dedicato all’amicizia tra i due popoli, quello russo e quello georgiano.
La scalata del nuovo leader. Con un plebiscitario 85% dei consensi, l’ex alto funzionario federale russo, Marat Kambolov, è diventato il nuovo leader delle autorità de facto nell’Ossezia del Sud. Una scalata quasi istantanea per Kambolov, comparso sulla scena politica locale a inizio maggio e passato in pochi mesi da consigliere dell’ormai ex presidente Alan Gagloev a primo ministro, quindi presidente ad interim e, adesso, vincitore indiscusso della consultazione. I politologi Alla Dzhioeva e Ruslan Totrov, interpellati dal network Caucasian Knot, hanno descritto una campagna elettorale già scritta: priva di una vera concorrenza, con candidati “tecnici” ma senza figure realmente in grado di competere. Da Mosca, Vladimir Putin si è immediatamente congratulato per il risultato: “Una vittoria così convincente alle elezioni ha confermato l’alto livello di fiducia dei cittadini dell’Ossezia del Sud”.
Nel comunicato diffuso dal Cremlino, i rapporti fra Mosca e Tskhinvali vengono celebrati come “amichevoli e di alleanza”,
con la relazione tra le parti contrassegnata “dall’interesse reciproco di sicurezza e stabilità”. Una formula diplomatica che ribadisce il ruolo decisivo della Russia nella vita politica, economica e istituzionale del territorio separatista, mentre da Bruxelles sono arrivate reazioni diametralmente opposte.
La posizione dell’Unione europea. L’Alto rappresentante per la politica estera Ue, Kaja Kallas, ha dichiarato che l’Unione europea non riconosce il quadro costituzionale e giuridico nel quale si sono svolte le consultazioni, considerando il risultato “nullo e privo di validità”. La dichiarazione di Kallas, inoltre, condanna le mosse russe volte a insediare un proprio funzionario alla guida della regione e considera l’integrazione dell’Ossezia del Sud nell’orbita di Mosca preludio a una possibile annessione illegale.
La frattura religiosa. Meno visibile, ma persistente, è poi la frattura religiosa. Ossezia del Sud e Abkhazia (l’altra regione separatista all’estremo nordoccidentale del Paese) restano, per l’Ortodossia canonica, sotto la giurisdizione della Chiesa ortodossa georgiana. Neppure il Patriarcato di Mosca contesta formalmente tale appartenenza, tanto da non aver insediato propri vescovi nelle due regioni.
Sul terreno, però, la Chiesa georgiana fatica ad esercitare normalmente il proprio ministero:
un rapporto dell’Agenzia georgiana per le questioni religiose denuncia il divieto d’ingresso per il clero, fatta eccezione per una presenza comunque “molto limitata” nell’area di Akhalgori, ricca di monasteri e istituti ecclesiastici. Un paradosso evidente, amplificato dal fatto che territori che ambiscono a separarsi politicamente da Tbilisi non seguano lo stesso percorso nella “geografia” ecclesiastica. In Ossezia del Sud opera l’autodichiarata diocesi di Alania, priva di riconoscimento canonico, mentre in Abkhazia la proclamazione unilaterale di una Chiesa locale è accompagnata da divisioni tra gruppi orientati verso Mosca e altri che cercano invece il sostegno del Patriarcato ecumenico di Costantinopoli.
Disagio sociale. E così, la linea di frattura attraversa stretti valichi di montagna, parrocchie e monasteri ma impatta anche sulla lingua liturgica, la memoria collettiva e l’accesso ai luoghi sacri, mentre intere comunità rimangono sospese in un’impasse che dall’ambito politico si sposta alla sfera religiosa, finendo inevitabilmente per travolgere quella sociale in una regione dove spopolamento, salari bassi e disoccupazione colpiscono principalmente i più giovani.