Fatti
Il nome era stato scelto prima che tutto cambiasse. Ya Dopomozhu, in ucraino “Io aiuterò”. Era il febbraio del 2021 e a Odessa Oleksandr Zlatin e la sua squadra lavoravano a progetti sociali, alle persone anziane, alle famiglie in difficoltà. “Facevamo programmi per il futuro, realizzavamo iniziative sociali e vivevamo una normale vita civile: il lavoro, la famiglia, la preoccupazione per ciò che sarebbe venuto dopo”, racconta al Sir Zlatin, presidente dell’organizzazione.
Poi è arrivato il 24 febbraio 2022.
La guerra ha cambiato tutto. Anche il significato della parola aiutare.
“La mattina del 24 febbraio ha cancellato tutti i nostri piani e ha diviso la vita in un prima e un dopo. Con le prime esplosioni abbiamo capito che non potevamo più restare soltanto un’iniziativa locale. Dovevamo diventare uno scudo umanitario”. Arrivano gli sfollati, le richieste degli ospedali, le famiglie rimaste senza casa, gli anziani soli, i feriti. Ya Dopomozhu cresce insieme all’emergenza. “La cosa più difficile non era la stanchezza. Era l’incertezza, la quantità di dolore umano che incontravamo ogni giorno. Guardare negli occhi persone che in un istante avevano perso la casa, i propri cari, la vita che conoscevano è qualcosa a cui non ci si può preparare”.
Da iniziativa sociale a struttura dell’emergenza.
Oggi, secondo i dati forniti dall’organizzazione, Ya Dopomozhu assiste circa 2.500 famiglie e più di 360 persone costrette a letto. Dietro i numeri ci sono cibo, prodotti per l’igiene, pannolini, coperte, stampelle, sedie a rotelle. Un magazzino da riempire e svuotare, consegne da organizzare, persone da raggiungere. Negli anni il lavoro si è allargato: progetti per aiutare gli anziani a usare smartphone e servizi digitali, distribuzione di vestiti e beni domestici, iniziative sociali e culturali per sfollati, famiglie dei militari caduti e persone vulnerabili. “A un certo punto abbiamo capito che aiutare non significa soltanto consegnare un pacco. La guerra porta solitudine, perdite, stanchezza psicologica. Una persona deve anche sentire che non è rimasta sola”.
Non soltanto dare qualcosa. Restare.
Oggi nuove richieste arrivano anche dalle persone che lasciano Kherson e le aree più esposte del Sud. “Arrivano persone che non hanno più nulla. Cerchiamo di dare quello che abbiamo: coperte, cibo, prodotti per l’igiene, pannolini, stampelle, sedie a rotelle. Ma non sempre abbiamo tutto”. Ed è qui che, dopo anni di guerra, emerge uno dei problemi meno visibili del sistema degli aiuti.
Il problema non è soltanto trovare ciò che serve. È riuscire a farlo arrivare.
Zlatin racconta di pannelli solari disponibili in Francia, di cibo in Germania o in Spagna, di materiali pronti per essere donati che possono rimanere a centinaia o migliaia di chilometri da chi ne ha bisogno. “Molto spesso trovo delle cose, ma non posso prenderle. Portarle qui costa migliaia di euro. Può accadere che il trasporto costi più del valore del cibo stesso. E allora con gli stessi soldi sarebbe più conveniente comprare direttamente in Ucraina”. “La logistica spesso finisce per mangiarsi l’aiuto”, aggiunge. Servono quindi beni, ma anche partner e risorse capaci di coprire l’ultimo tratto del percorso. Una donazione lontana migliaia di chilometri è ancora soltanto una possibilità.
Negli ospedali la guerra mostra un altro volto. Ci sono uomini che hanno perso braccia o gambe, veterani che devono imparare nuovamente a muoversi, sedie a rotelle elettriche e dispositivi che possono restituire almeno una parte dell’autonomia perduta. “Ci sono ragazzi senza braccia, senza gambe. Cerchiamo di portare strumenti che rendano un po’ più semplice la loro vita”.
Altri materiali prendono la direzione opposta, verso le zone più vicine al fronte. A fine agosto Zlatin ha consegnato sacchi a pelo destinati a un battaglione nell’area di Kharkiv.
“Si stanno preparando all’inverno. Devono stare sottoterra, nei bunker. Devono poter dormire senza congelare”.
Nella stessa rete finiscono così per incontrarsi vite lontanissime: il malato che non può alzarsi dal letto, la famiglia evacuata, l’anziano rimasto solo, il ferito in ospedale, chi continua a vivere vicino ai combattimenti.
Dietro Ya Dopomozhu c’è anche la storia del suo presidente. Zlatin parla quasi sempre al plurale. Dice “noi”: la squadra, sua moglie, i volontari, le persone che lavorano con lui. È profondamente cattolico e la fede attraversa il suo modo di vivere questo impegno. Cerca di andare a Messa e di pregare ogni domenica. Per lui Dio non è una presenza lontana: è convinto che lavori al suo fianco, anche dentro la fatica quotidiana di aiutare gli altri.
“Aiutare il prossimo per me non è soltanto un lavoro. È una vocazione”.
Tra i riconoscimenti ricevuti ne conserva uno della Chiesa ortodossa ucraina, conferito “per il sacrificio e l’amore per l’Ucraina”. Per un cattolico come lui ha un valore particolare. “Mi ha fatto molto piacere che anche la Chiesa ortodossa abbia riconosciuto quello che facciamo”.
La fede, per Zlatin, non interrompe il lavoro. Lo accompagna. E lavorare, oggi, significa soprattutto guardare qualche mese più avanti, quando il freddo tornerà a rendere ancora più fragile la vita di migliaia di persone.
L’inverno, a Odessa, comincia molto prima dell’inverno.
Quando fuori fa ancora caldo, nel magazzino si cominciano già ad accumulare cibo, prodotti per l’igiene, coperte, generatori, accumulatori e batterie. “Adesso c’è bisogno di cibo, certo. Ma in inverno sarà diverso. In inverno bisogna sopravvivere. Potrebbe non esserci luce, ci saranno molte spese e resteranno sempre meno soldi per comprare da mangiare. Per questo cerco di pensarci molto prima”. Prepararsi prima che il bisogno diventi emergenza. Una coperta prima che qualcuno abbia freddo. Una batteria prima che salti la corrente. Un pacco alimentare prima che una famiglia non riesca più a comprarlo.
Ya Dopomozhu era nata prima dell’invasione su larga scala. Il nome, invece, non ha avuto bisogno di cambiare.
“Non possiamo cambiare tutto – dice Zlatin -. Ma possiamo cambiare la vita di una persona. E tutto comincia da queste parole: io aiuterò”.
Poi torna al lavoro. Al magazzino, alle telefonate, alle richieste che continuano ad arrivare.