Idee
«Scusate, adesso devo andare». Una frase come tante, brevissima, pronunciata al telefono mentre dall’altra parte a Roma qualcuno della Rai cerca di capire che cosa stia accadendo. È la mattina dell’11 settembre 2001 e Fabrizio Tonello è nel suo appartamento nell’Upper West Side di Manhattan, a due passi da Central Park. Dieci minuti prima la tv di Stato lo ha chiamato per avere un primo commento: alle 8.46 un aereo si è schiantato contro la Torre Nord del World Trade Center. Qualcuno pensa a un incidente, altri a un attentato, mentre tutti gli schermi del pianeta mandano le immagini del grattacielo in fiamme. Poi, all’improvviso, il quadro diventa drammaticamente chiaro: «Alle 9.03 un secondo Boeing entra letteralmente nella Torre Sud, come la lama di una ghigliottina. È allora che il collegamento con l’Italia si interrompe e io, come tutto il mondo, rimango attaccato alle immagini della Cnn».
Tonello – veneziano classe 1951, sociologo di formazione – gli Stati Uniti li conosce da dentro: sette gli anni passati a New York da corrispondente per diversi giornali, tra cui Il Manifesto, poi dal 1998 professore all’Università di Padova di storia del giornalismo e di storia degli Stati Uniti. In quel settembre di 25 anni fa è però tornato Oltreoceano come visiting professor presso la prestigiosa Columbia University. Oggi è studioso senior dell’ateneo patavino e ha da poco pubblicato il libro L’America in 18 quadri. Dalle piantagioni a Silicon Valley (Laterza, 2025).
Quella mattina, ricorda oggi per La Difesa, passano quasi un’ora e quaranta minuti dall’impatto al collasso del primo edificio: un periodo di tempo che consente a molti di evacuare, provocando però una strage tra vigili del fuoco e soccorritori. Gli aerei dirottati sono quattro: due colpiscono le Torri Gemelle, uno il Pentagono; il quarto, diretto su Washington, precipita in Pennsylvania dopo che i passeggeri tentano di riprendere il controllo. Le vittime sono quasi tremila: «Il primo attacco subìto dagli Stati Uniti continentali dalla guerra con la Gran Bretagna del 1812, quando Washington fu incendiata», osserva lo studioso. L’impatto psicologico è enorme, ma per capire ciò che è seguito bisogna guardare oltre quelle immagini.
Le radici e le conseguenze dell’attentato
«Sull’origine degli attentati oggi sappiamo praticamente tutto – continua Tonello –: in venticinque anni sono state prodotte milioni di pagine tra giornali, libri e commissioni d’inchiesta». Nessun mistero insomma, nessuna prova finora di un eventuale “auto-attentato” su cui ancora oggi complottisti di tutto il mondo allenano la propria fantasia. «La storia di Al Qaeda affonda le radici nell’Afghanistan invaso dall’Unione Sovietica nel 1979, quando in piena Guerra fredda gli Stati Uniti decisero di sostenere, anche attraverso il Pakistan, le forze islamiste che combattevano contro i sovietici». Una scelta di realpolitik che tuttavia preparò la radicalizzazione successiva: «Per gli integralisti islamici gli Stati Uniti restavano sempre il “grande Satana” e l’alleato di Israele. Così negli anni Novanta l’organizzazione cominciò a colpire obiettivi americani all’estero, dalle ambasciate in Africa orientale alla nave da guerra Cole ad Aden, fino a concepire un progetto assai più ambizioso». È Osama Bin Laden a individuare un gruppo di militanti da lanciare in un’impresa folle, diretta al cuore dell’impero; i dirottatori, alcuni dei quali formatisi nella cellula di Amburgo, alla fine sono 19: cinque per aereo, meno uno che viene identificato prima dell’attentato.
Molto più complessa è la questione delle reazioni dell’amministrazione statunitense, da poco guidata da George W. Bush. «L’invasione dell’Afghanistan apparve fin da subito una scelta sconsiderata», spiega ancora Tonello. I bombardamenti alleati e l’avanzata dell’Alleanza del Nord fecero cadere rapidamente i talebani, ma in seguito l’Afghanistan si rivelò ancora una volta impossibile da controllare stabilmente: «Vent’anni dopo, nell’estate del 2021, gli americani hanno dovuto ritirarsi e gli studenti coranici sono riandati al potere, facendo tornare la situazione al punto di partenza dopo centinaia di migliaia di vittime e miliardi di dollari spesi».
Ancora più grave la guerra in Iraq: «Qualche mese dopo Bush e i suoi principali collaboratori, Donald Rumsfeld e Dick Cheney, decisero di usare l’11 settembre come pretesto per sbarazzarsi di Saddam Hussein. Saddam e Al Qaeda in quel momento erano però nemici, e le armi di distruzione di massa invocate per giustificare l’intervento del 2003 non furono mai trovate. Quindici dei diciannove attentatori erano sauditi, alla fine però fu l’Iraq a essere invaso. Con conseguenze che durano ancora oggi, specie sugli equilibri del Medio Oriente».
C’è poi un’eredità meno visibile, che riguarda la vita di tutti: «Da un lato il caos mondiale prodotto dalla guerra al terrore, che già sul piano semantico è un concetto insensato, dall’altro la limitazione delle libertà e dei diritti». Per capire come si sia arrivati fin qui occorre tornare alle settimane successive agli attentati. «C’è un fattore che spesso non viene ricordato: subito dopo le Torri Gemelle ci furono anche gli attentati con le buste contenenti antrace. Sembrava un attacco coordinato, ma alla fine si scoprì che provenivano da un militante di estrema destra».
Quel che resta di quel giorno
Da quella paura nacque, sostiene Tonello, una trasformazione profonda dello Stato americano, oltre che della società in cui viviamo: «Il Patriot Act fu un balzo in avanti dei sistemi di sorveglianza di massa: i poteri delle autorità e della presidenza vennero ampliati enormemente. Quella che vediamo oggi come militarizzazione della politica statunitense comincia allora». È questa l’eredità più importante dell’attentato: non solo le guerre all’estero, ma la trasformazione dell’America al suo interno: «Il provvedimento non è mai stato abolito, la sorveglianza di massa è stata mantenuta dalle amministrazioni Obama, Biden e Trump. Oggi il Department of Homeland Security, nato in quel contesto, è impegnato anche nel controllo dell’immigrazione e nell’azione contro cittadini americani». L’apparato securitario che fu concepito allora oggi è cresciuto a dismisura: «L’efficacia della guerra consiste nell’ottenere obiettivi politici. Il problema è quando il sistema industriale militare cerca semplicemente di autoalimentarsi e di crescere per fini propri».
La crisi alla quale assistiamo oggi insomma non nasce con Trump, ma dalla combinazione di poteri politici, amministrativi e militari e di una visione secondo cui gli Stati Uniti possono, quando lo ritengano necessario, agire oltre i limiti imposti dal diritto internazionale: fino a evocare oggi, con sorprendente disinvoltura, l’ipotesi di intervenire in Canada o di acquisire la Groenlandia. Una logica che mette in discussione l’ordine costruito a partire dalla pace di Westfalia del 1648, fondato, pur tra guerre e continue violazioni, sul principio del rispetto dei confini e della sovranità degli Stati. «L’involuzione americana inizia 25 anni fa – conclude Tonello – Trump ha semplicemente ereditato un apparato che gli permette di fare quello che sta facendo».
Venerdì 11 settembre alle 10 al monumento Memoria e Luce ai giardini delle Porte Contarine in via Giotto a Padova si terrà la commemorazione per le vittime dell’attentato alle Torri Gemelle con la deposizione della corona di alloro e gli interventi delle autorità.