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25 aprile. Dalla Resistenza è nata la Costituzione
Custodire il significato Sostiene Francesco Filippi: «Se la memoria crea frizioni, dobbiamo renderci conto che la società non è più concorde sui propri valori comuni»
IdeeCustodire il significato Sostiene Francesco Filippi: «Se la memoria crea frizioni, dobbiamo renderci conto che la società non è più concorde sui propri valori comuni»
La ricorrenza del 25 aprile infiamma ogni anno memorie contrapposte. Ne parliamo con Francesco Filippi, storico della mentalità e formatore dell’Associazione Deina, che organizza viaggi di memoria in tutta Europa, collabora alla stesura di manuali sui temi del rapporto tra memoria e presente. Tra le sue pubblicazioni Mussolini ha fatto anche cose buone. Le idiozie che continuano a circolare sul fascismo (2019) e Ma perché siamo ancora fascisti. Uno scontro rimasto aperto (2020). Filippi, come custodire e rinnovare il significato del 25 aprile? «Innanzitutto il modo migliore è ricordare le ragioni profonde di questa solennità civile. Ricordare il momento in cui ottant’anni fa, dopo vent’anni di dittatura totalitaria, dopo una ventina di mesi di guerra civile, l’Italia ha deciso nel suo complesso di fare qualcosa di incredibile tramite una sollevazione popolare, cioè ha scelto la libertà». Potrà mai diventare una festa dove tutti gli italiani possono riconoscersi? «Il 25 aprile è per sua natura una festa “divisiva”: è il momento in cui si dividono i fascisti dagli antifascisti. Tuttavia credo che il 25 aprile ci deve interrogare in maniera più ampia su quello che è il nostro paniere dei valori. Dalla Resistenza abbiamo avuto la Costituzione, la democrazia, i valori della fratellanza e dell’uguaglianza. Nel momento in cui questa memoria del passato crea frizioni, la prima cosa di cui dobbiamo renderci conto è che la nostra società non è più concorde sui propri valori comuni. La società italiana è chiamata a interrogarsi su quelli che sono i valori fondativi del nostro stare insieme, cioè se i nostri valori sono ancora quelli che hanno animato la lotta di liberazione». Ma cosa è stata la resistenza sul piano storico-politico? «Nell’immediato dopoguerra, il 25 aprile è stato per molto tempo una sorta di collante. Ha rappresentato un grande ambito di confronto di tutte le forze democratiche. Anche se in comune avevano ben poco, Democrazia Cristiana, Partito Comunista, Socialisti, Azionisti e altri… erano tutti d’accordo nell’interpretare un antifascismo militante. Purtroppo attorno a questo valore non è ancora stata costruita un’educazione pubblica su quello che siamo e vogliamo essere. Non abbiamo ancora messo a fuoco cosa significa far parte di questa comunità che si chiama Italia». Erano presenti molti partiti nella Resistenza e la scelta di combattere contro il nazifascismo aveva motivazioni molto articolate e diverse… «È vero. La Resistenza è stata l’insieme di tutti gli atti che hanno contribuito alla creazione della società come la conosciamo oggi. Di Resistenza e opposizione al fascismo si può parlare molto prima dell’8 settembre, basta pensare a tutti coloro che sono stati imprigionati o costretti a lasciare l’Italia. Di antifascismo e resistenza si può parlare proprio nel momento in cui il fascismo nasce e viene alla ribalta. In seguito viene a formarsi una massa di persone che, sul piano politico, va dai monarchici ai comunisti, e che trova nei Comitati di liberazione nazionale l’unico collante che non dovremmo mai dimenticare di quella grande stagione». Nonostante la Costituzione lo escluda sul piano politico, abbiamo ancora bisogno di gruppi o movimenti antifascisti sul piano culturale? «La Resistenza è un grande movimento antifascista. L’antifascismo non è una parola vuota o vecchia. Non è qualcosa da museo perché è la reazione al tentativo di una parte della società di soggiogare il resto della società. Questo purtroppo è successo in tante forme in tanti modi non solo in Italia e rischia di ripetersi anche oggi». Perché la data del 25 aprile, fra le solennità civili, è quella che fomenta ogni anno polemiche? «Le polemiche sono il frutto della contrapposizione politica che spesso ha poco a che fare con la Resistenza vera e propria. Meglio sarebbe tornare alla conoscenza e al ricordo del 25 aprile sul piano storico così come sono andate le cose».
Come rapportarsi verso chi ritiene che il 25 aprile si debbano ricordare anche i fascisti della Rsi morti durante la Resistenza in nome della patria? Francesco Filippi: «Nella ricorrenza del 25 aprile non si devono mischiare le carte con tentativi di pacificazione nazionale. Sento spesso dire che i morti sono tutti uguali. È vero. La morte è uguale per tutti. È diverso però il modo in cui si muore. Allora c’era chi moriva collaborando coi nazisti nell’inviare i treni ad Auschwitz, e chi moriva facendo il possibile per fermarli. Vanno tenute distinte le ragioni per cui si moriva».
Patrizio Zanella