Fatti
“Nessun oblio e nessuna retorica”. Giovanni Bachelet, fisico, già docente universitario e deputato, figlio di Vittorio Bachelet, sintetizza così il senso delle commemorazioni per il 46° anniversario dell’uccisione del padre, assassinato dalle Brigate Rosse il 12 febbraio 1980 alla Sapienza di Roma. Oggi, nello stesso ateneo, la deposizione di una corona alla presenza della rettrice e del vicepresidente del Consiglio superiore della magistratura; nel pomeriggio una conversazione pubblica nella Cappella universitaria.
Professore, oggi è una data importante per lei e per la sua famiglia, ma anche per l’Italia.
Dalla cerimonia semplice di deposizione della corona alla Sapienza, con la rettrice e il vicepresidente del Consiglio superiore della magistratura, emerge questo: nessun oblio e nessuna retorica. In un Paese per il quale papà ha dato la vita, a distanza di 46 anni lo si ricorda ancora.
E vorrei che si ricordassero anche i tanti agenti di scorta morti in quegli anni.
Al funerale di suo padre lei pronunciò parole rimaste nella memoria sul perdono. Oggi è un tempo segnato da tensioni e rabbia pubblica…
Ricorderei che la prima parte di quell’intervento era un’adesione chiara e una richiesta di sostegno per il presidente della Repubblica, il Governo, il Parlamento, i magistrati e tutte le forze dell’ordine. In un tempo in cui si mettevano in discussione le basi della democrazia, prima di pregare per chi aveva colpito papà dicemmo con chiarezza che stavamo con le istituzioni democratiche, con quei “custodi della Costituzione” che continuavano la loro battaglia, rischiando anche la vita.
12 febbraio 1980: l’agguato alla Sapienza
Vittorio Bachelet fu assassinato il 12 febbraio 1980 nella Facoltà di Scienze politiche dell’Università La Sapienza di Roma da un commando delle Brigate Rosse, al termine di una lezione. Vicepresidente del Consiglio superiore della magistratura dal 1976 e già presidente nazionale dell’Azione cattolica, era una figura centrale del cattolicesimo democratico. L’omicidio si colloca tra i delitti simbolo degli anni di piombo; per l’attentato furono condannati esponenti della colonna romana dell’organizzazione terroristica.
E adesso?
È un tempo diverso. Non credo vi sia un parallelo con allora. I fenomeni sono più limitati.
Resta però necessario esercitare responsabilità civile e mantenere attenzione perché la Costituzione continui a essere il punto fermo.
C’è spazio ancora per figure riconoscibili come suo padre? Per un cattolico impegnato nelle istituzioni?
I cattolici continuano a essere presenti nelle istituzioni. Penso, ad esempio, al presidente della Repubblica Sergio Mattarella. L’idea che non lo siano mi sembra una semplificazione. Mio padre, in anni in cui si diceva che “il mondo andava a rotoli”, segnati dalla contestazione studentesca e da molte tensioni, disse: “Io credo che questo tempo non sia meno ricco di santità, di onestà e di capacità di quanto non fossero gli anni precedenti”. Anche il confronto tra epoche diverse va letto con cautela:
Spesso le figure significative per il Paese e per la Chiesa si comprendono meglio con il tempo.
Lei ha insegnato per anni e oggi incontrerà molti giovani alla Sapienza. Cosa sente di dire loro?
Il tempo che stanno vivendo è decisivo, perché è il tempo della formazione. Come emerge anche dagli scritti di mio padre negli anni della Fuci, contano la competenza e la conoscenza per il proprio lavoro, qualunque esso sia, ma anche la scoperta della propria vocazione, civile e, per chi crede, cristiana. È un tempo da vivere studiando, imparando a stare con gli altri e, per i cristiani, pregando. È lì che si forma la persona che potrà offrire un contributo al proprio Paese e alla comunità, civile e religiosa.