Chiesa | Diocesi
Come si riesce ad andare avanti quando tuo marito muore sul lavoro e ti lascia con una bambina di undici mesi e altri due figli di sei e otto anni? Cinzia Rossi lo spiega in dieci parole: «È la vicinanza con la carità che mi ha salvata». La prima esperienza che la porta a confrontarsi con la richiesta di aiuto è il suo lavoro, come infermiera in Azienda ospedaliera, a Padova. Ma il cambiamento arriva con il Covid, nel marzo 2020, in pieno lockdown, quando le Cucine economiche popolari, per offrire un pasto ai loro ospiti in sicurezza, preparavano il cibo in confezioni da asporto.
«Il parroco del Sacro Cuore, don Daniele Marangon, mi chiese di seguirlo per andare alle cucine ad aiutare suor Albina Zandonà (responsabile delle Cucine, ndr) nella preparazione dei sacchetti. Risposi subito di sì. Un sì generativo, che avrebbe cambiato la mia vita. A quella domenica ne seguirono altre e quando le Cucine riaprirono regolarmente continuai a frequentarle per dare una mano, con uno dei miei figli. Lui serviva allo sportello e io lavavo i piatti e pulivo le verdure. Così cominciai a scoprire qualcosa che non mi aspettavo: la povertà ai bordi del mio quartiere e della mia città, occhi e volti che prima non vedevo ed evitavo. E ho sentito il bisogno di fare un passo in più. Proprio nel periodo in cui tutti stavano chiusi in casa e io lavoravo più di prima, sabati e domeniche comprese. Decisi di contattare suor Albina e chiederle di svolgere qualche ora alle Cucine».
Com’è stato il vostro incontro?
«Pensavo di mettere il grembiule e lavare i piatti, ma appena ha sentito che sono un’infermiera, mi ha detto: “Andiamo in ambulatorio, ho bisogno proprio di un’infermiera”. Non era ciò che avrei voluto, ma ci ho riflettuto un po’ e ho detto: “Ci sono”. E ho pensato: “Qui alle Cucine sono entrata da una porta e ora esco da un portone”. Certo, la mia decisione in questo tempo difficile non è stata condivisa subito con chi mi stava vicino, ma l’hanno accolta, come pure i miei figli, che ora hanno 24, 22 e 16 anni e mi dicono che sono una mamma controcorrente».
Cosa l’ha spinta a fare questa scelta?
«Qui non c’è distanza tra chi accoglie e chi viene accolto. La gratuità non umilia e non riduce la dignità della persona. Molte volte mi chiedevo dove io incontro Cristo, e la mia risposta era nella preghiera, nel silenzio, nei sacramenti, ora posso aggiungere che lo incontro di più nel servizio al povero e all’emarginato. Qui dono il mio tempo e la mia professionalità, ma è un dono che mi ritorna indietro triplicato. Ho scoperto anche i miei limiti e le mie fragilità, ma le ho trasformate in opportunità. Ho sempre presente la parabola del buon samaritano, soprattutto la frase conclusiva: “Va e anche tu fai così”».
Diceva che il «sì» alle Cucine è stato generativo. In che senso?
«Ha generato, ad esempio, un’altra esperienza che continua, parallela. Verso la fine 2020 ho cominciato a frequentare il Sermig-Arsenale della pace a Torino, che ora è per me come una famiglia, mettendomi a disposizione per qualsiasi servizio mi venga richiesto. Poi mi hanno chiesto di far parte del Centro di ascolto parrocchiale, dove mi sono accorta che le diverse esperienze maturate in altri contesti mi aiutano ad agire con più competenza. E da qui al Centro di ascolto vicariale. Da circa tre anni, ho iniziato il cammino che porta alla consacrazione all’Ordo Viduarum, ordine diocesano che ha radici antiche e che il vescovo Claudio Cipolla ha istituito il 7 ottobre 2024. Infine da dicembre 2025, sono referente carità della collaborazione pastorale Arcella, composta da undici
parrocchie».
Come fa capire ai suoi figli il senso di quello che fa?
«Anche un viaggio può servire. Lo scorso febbraio siamo stati in Tanzania e a Zanzibar. Avremmo voluto andare tutti e quattro, ma uno dei ragazzi non è potuto venire. Ci siamo scontrati con quella povertà che ti disarma completamente. Quella che vedi negli occhi dei bambini e delle mamme che non hanno nulla. Attraverso un contatto con una persona del luogo, abbiamo portato quello che potevamo prendere con noi. Cose che servono ai bambini: cancelleria, abiti, integratori. Siamo andati in posti dove non va nessuno. Sulla costa di Zanzibar ci sono i villaggi turistici, all’interno villaggi in mezzo alla giungla e al fango. Anche a me che sono adulta e abituata a vedere situazioni di fragilità, questi bambini hanno toccato il cuore».
I suoi figli sono stati traumatizzati da questa esperienza?
«No. Sono stati sicuramente colpiti e hanno tante domande, che forse non mi hanno ancora fatto. Ma hanno capito che siamo fortunati, malgrado tutto quello che ci è successo. E poi siamo riusciti ad andarla a vedere, questa realtà. Hanno visto le due facce della medaglia: noi facciamo ancora parte della faccia fortunata e dobbiamo ringraziare per questo, ma dobbiamo anche condividere questa fortuna con chi non ha niente. E non occorre andare in Africa. Si può fare anche qui. Ma l’Africa ci è rimasta nel cuore e non vediamo l’ora di tornarci».
Il servizio sanitario delle Cucine popolari – dove è impegnata anche Cinzia Rossi – l’anno scorso ha assicurato 2.738 prestazioni, grazie al contributo dell’8 x 1000 alla Chiesa cattolica. Parte dei fondi sono destinati, attraverso la Diocesi di Padova, alle Cep, che li indirizza in parte all’ambulatorio, dove un’equipe di volontari – 16 medici, 9 infermieri e 2 farmaciste – offre prestazioni di base: visite, medicazioni, monitoraggio di parametri clinici, orientamento sanitario…
Possono sostenere la Chiesa cattolica con l’8 x mille tutte le persone che hanno un reddito di lavoro dipendente o una pensione, o altro e, per questo, pagano allo Stato l’Irpef dal quale viene prelevato l’8 x mille. Per tutti i dettagli su come firmare: 8xmille.it/come-firmare/