Idee
Dietro l’immagine dei “maranza” c’è un disagio più ampio: molti adolescenti, anche in famiglie stabili, vivono pressione, solitudine e incertezza. La fragilità attraversa tutti i giovani. Scuola e comunità devono offrire ascolto e relazioni autentiche. Ne parliamo con Cristina Pasqualini, sociologa dell’Università Cattolica di Milano.
Professoressa, spesso parliamo dei “maranza”, ma il disagio giovanile è molto più ampio: quali fragilità rischiamo di non vedere?
Assolutamente sì. I fenomeni più visibili attirano l’attenzione perché producono allarme sociale, ma il disagio giovanile è molto più ampio e trasversale. Se lo riduciamo a una questione di devianza urbana o di mancata integrazione delle seconde generazioni rischiamo di non vedere ciò che sta accadendo a molti adolescenti, italiani e stranieri. Le ricerche del “Rapporto Giovani” dell’Istituto Toniolo mostrano come molti ragazzi vivano una crescente fatica nel progettare il futuro. Anche chi cresce in famiglie stabili e dispone di buone opportunità educative può sperimentare ansia, solitudine, senso di inadeguatezza e fragilità emotiva. Una delle trasformazioni più significative riguarda la pressione alla prestazione: i giovani si sentono costantemente chiamati a dimostrare qualcosa, a scuola, nello sport, nelle relazioni e nella costruzione della propria immagine online. I social media amplificano questa dinamica. Preoccupano le forme di disagio meno appariscenti: perdita di fiducia nel futuro, ritiro dalle relazioni, difficoltà a dare significato alle esperienze. Allo stesso tempo, però, vedo nella Gen Z una risorsa: attribuisce valore alla salute mentale ed è più disponibile a parlarne.
La dispersione scolastica diminuisce, ma i ragazzi stanno davvero bene a scuola?
La diminuzione della dispersione scolastica è certamente un dato incoraggiante. Tuttavia, non basta contare quanti ragazzi restano a scuola o rallegrarsi perché diminuisce il numero di chi abbandona. La domanda che dovremmo porci è un’altra: come stanno i ragazzi a scuola? Che significato attribuiscono all’esperienza scolastica? La vivono come un’opportunità di crescita oppure come un obbligo da assolvere? Esiste infatti una forma di dispersione meno visibile, spesso definita implicita. Sono ragazzi che frequentano regolarmente la scuola ma che non si sentono coinvolti, non riescono a valorizzare le proprie capacità o faticano a trovare un senso nel percorso che stanno compiendo. In questi casi il problema non è l’assenza fisica, ma una distanza emotiva e cognitiva dall’apprendimento. La scuola dovrebbe essere una palestra di vita, un luogo in cui sperimentare relazioni, cittadinanza, partecipazione e scoperta di sé. Troppo spesso, invece, rischia di essere percepita come l’ennesimo contesto in cui misurarsi, competere e sentirsi costantemente valutati. In una società già fortemente orientata alla performance, la scuola dovrebbe rappresentare uno spazio in cui i giovani possano sviluppare competenze, ma anche fiducia in sé stessi, senso critico e capacità di stare con gli altri. La vera sfida è restituire significato all’esperienza scolastica, affinché i giovani la percepiscano non soltanto come un luogo di istruzione, ma come uno spazio in cui costruire la propria identità, sviluppare relazioni significative e immaginare il proprio futuro.
Dopo la pandemia, quali segnali dovrebbero farci capire che un adolescente vive un disagio nascosto?
La pandemia non ha creato il disagio giovanile, ma ha accelerato processi già in atto, rendendo più evidenti fragilità relazionali ed emotive che continuano a manifestarsi nelle scuole e nelle famiglie. Oggi osserviamo adolescenti che chiedono soprattutto ascolto, riconoscimento e fiducia. I segnali da osservare non sono necessariamente quelli più eclatanti: la perdita di interesse verso attività prima significative, la progressiva chiusura nelle relazioni, la difficoltà a immaginare il futuro, una presenza scolastica puramente formale. Anche il ritiro sociale rappresenta un fenomeno in crescita. Più in generale, ciò che preoccupa è la perdita di senso e di appartenenza. Le ricerche del “Rapporto Giovani” evidenziano come il benessere delle nuove generazioni dipenda in larga misura dalla qualità delle relazioni significative e dalla possibilità di sentirsi parte di una comunità. Per questo ritengo fondamentale ricostruire una forte alleanza tra scuola e famiglia. Due mondi che vengono percepiti come contrapposti. In realtà dovrebbero riconoscersi come alleati, perché condividono la stessa responsabilità educativa. Ma oggi è importante parlare anche di corresponsabilità educativa: educare non è un compito che appartiene esclusivamente alla scuola o alla famiglia, bensì un processo che coinvolge tutti i soggetti della comunità educativa, compresi gli studenti. La vera sfida non è soltanto intercettare il disagio, ma costruire contesti nei quali studenti, famiglie e scuola possano riconoscersi come parte di una stessa comunità educativa fondata sulla fiducia, sul rispetto e sulla responsabilità condivisa. È da questa alleanza che può nascere la speranza necessaria per affrontare le fragilità del presente e immaginare il futuro con maggiore serenità.