Idee | Pensiero Libero
Sarà una Roma torrida quella che in questi giorni è chiamata ad accogliere i cardinali, in arrivo da tutto il mondo per una tre giorni di ascolto, dialogo e condivisione con papa Leone e i loro confratelli già attivi nella Curia romana. Il programma del concistoro, reso noto dalla sala stampa della Santa Sede martedì scorso, a prima vista non lascia indifferenti. Certamente per i temi che verranno sottoposti ai porporati – di estrema importanza – ma anche per l’intensità dei lavori e il dettaglio con cui si è deciso di condividere con l’opinione pubblica mondiale l’itinerario che si svolgerà tra l’Aula Paolo VI e l’Aula nuova del Sinodo.
È il secondo Concistoro voluto da Leone XIV, dopo quello dello scorso gennaio che aveva visto riuniti 170 porporati elettori e non elettori da ogni parte del mondo in Vaticano, ai quali lo stesso pontefice aveva detto: «Sento, sperimento la necessità di poter contare su di voi».
Ad aprire e chiudere il concistoro saranno due messe presiedute dal pontefice nella basilica vaticana, quindi di mezz’ora in mezz’ora la scaletta si sviluppa tra meditazioni (affidate a uno dei cardinali), silenzio e preghiera personali e lavori di gruppo.
Particolarmente significativi i temi su cui i cardinali si soffermano nella giornata di venerdì: “In quale mondo siamo chiamati ad annunciare il Vangelo?” e “La cultura della potenza e la civiltà dell’amore”. Risuonano qui diversi echi magisteriali del passato più o meno recente, ma soprattutto torna in auge la sfida del linguaggio attraverso il quale l’annuncio del Vangelo avviene.
La questione è culturale ed e profonda: comprendere in quale mondo si agisce e si testimonia, infatti, è la parte fondata di ogni annuncio, dopodiché diventa necessario entrare in sintonia con quel mondo per poter tradurre nell’oggi la buona notizia di sempre.
Ci troviamo di fronte alle formule della nostra liturgia la quale, seppur rinnovata, non sempre è immediatamente comprensibile o aggiornata nel lessico. Ma facciamo i conti anche con un tessuto sociale mutato vorticosamente dall’inizio del terzo millennio e dunque con una Chiesa che cambia essa stessa in quanto istituzione umana. Il rischio altrimenti è duplice: ripetere frasi utili solamente a chi è già “iniziato” e comprende il linguaggio specialistico e non rendersi conto che noi stessi, come tutti gli uomini e le donne siamo cambiati e attraversiamo dinamiche, necessità e possibilità di partecipare diversi.
È assai interessante che la Chiesa si interroghi su questo ai massimi livelli, in un clima sinodale in cui tutti i cardinali (e non solo i 9 del consiglio voluto da papa Francesco) possono contribuire alla riflessione del successore di Pietro. Si confrontano così esperienze locali delle più diverse nate e cresciute in territori e contesti lontani tra loro.
Di fronte alla differenza che caratterizza l’esperienza umana, saranno possibili risposte univoche oppure tornerà l’idea dell’inculturazione del Vangelo e quindi di espressioni ecclesiali anche differenziate da un continente all’altro.
Il tema “La cultura della potenza e la civiltà dell’amore” non può che rievocare i numerosi conflitti in atto, su cui Leone XIV si è espresso in abbondanza, anche nei giorni scorsi parlando al Programma Alimentare Mondiale e sottolineando come la fame finisca per alimentare le guerre.
I conflitti hanno certamente delle conseguenze sulle Chiese, ma c’è anche molto che le Chiese possono fare nel cuore di un conflitto. A partire da quanto vivono le persone nella loro quotidianità, i conflitti di ogni giorno che finiscono per minare le comunità (anche se magari non in maniera palesemente violenta).
L’impressione è quella di una Chiesa che “si fa” attraverso il lavoro comune, a intervalli di sei mesi tra un concistoro e l’altro e che tiene presenti al massimo delle possibilità le sensibilità delle Chiese locali.